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LA TESI-TRUFFA DELLA FINAZIARIZZAZIONE di Stavros Mavroudeas – SOLLEVAZIONE

LA TESI-TRUFFA DELLA FINAZIARIZZAZIONE di Stavros Mavroudeas

[ venerdì 30 agosto 2019 ]

Un articolo duramente polemico questo di Stavros Mavroudeas, professore di Politica Economica presso l’università Panteion di Atene. Conoscemmo Stavros in Grecia come intellettuale e militante attivo della sinistra no-euro ellenica.

Duramente polemico con tutti quegli economisti che parlando del capitalismo globale attuale, ritengono che la finanziarizzazione rappresenti un cambio strutturale del sistema capitalistico, un nuovo stadio del capitalismo. Stavros non solo non lo crede, ritiene che i «finanzialisti» gettino alle ortiche,  assieme all’analisi marxiana del modo capitalistico di produzione, la teoria del valore e della crisi di sovrapproduzione di Marx — finendo per recuperare la visione keynesiana e quella dei teorici marginalisti.
Negli anni, su SOLLEVAZIONE, abbiamo molto scritto sulla tematica.
Segnaliamo in particolare quattro brevi saggi: 
*  *  *

LE TEORIE FALLACI DEI FINANZIALISTI

di Stavros Mavroudeas

Di recente, mi sono imbattuto in un’intervista a Dick Bryan e Mike Rafferty per la rivista JACOBIN. L’intervista riguarda la loro analisi della finanziarizzazione.

L’intervista ha il titolo COME LA FINANZA CI SFRUTTA. Non è un caso che un libro sulla finanziarizzazione di Costas Lapavitsas abbia lo stesso titolo («Guadagnare senza produrre: come la finanza ci sfrutta tutti»). Questa somiglianza non è casuale ma denota elementi comuni più profondi delle diverse teorie della «finanziarizzazione». In particolare, come verrà mostrato di seguito, questo identico titolo mostra la loro comune partenza dalla teoria marxista dello sfruttamento del lavoro attraverso il lavoro verso una teoria dell’espropriazione attraverso l’usura nella distribuzione. Mostra anche la loro condivisa dissoluzione della classe lavoratrice in una massa interclassista di persone finanziariamente espropriate. Non sorprende che questa massa sia dominata dalla «classe media» (che è principalmente la piccola borghesia). 

Costas Lapavitsas

Ciò che rende interessante questa intervista è che rivela sia le contraddizioni (non dialettiche) sia gli errori empirici non solo di Bryan e Rafferty ma dei «finanzialisti» in generale.

Bryan e gli altri. si propongono: (a) di innovare l’analisi economica marxista concentrandosi sulla finanza e (b) di avzìanzare una politica di classe sulla base della loro analisi. In tutti e due i casi essi falliscono completamente.

Per quanto riguarda il loro primo punto, considerano la finanziarizzazione — e in particolare i derivati finanziari (che si presume siano le differentiae specificae della loro teoria della finanziarizzazione) – come una nuova era del capitalismo. Sostengono che i derivati costituiscono un’innovazione rivoluzionaria nel XXI. secolo simile a quella della società per azioni nel XIX. secolo. C’è una prima inesattezza qui. I derivati finanziari nel capitalismo sono piuttosto vecchi. Anche la loro recente proliferazione ed espansione risale agli anni ’90.

Ma i problemi analitici del loro approccio sono persino maggiori delle loro imprecisioni empiriche. Adottano: (a) una comprensione neoclassica del profitto (come ricompensa per l’assunzione di rischi) e (b) un’enfasi keynesiana sulla liquidità. Entrambi sono estranei e incompatibili con il marxismo. Ma, per di più, sono errati in quanto hanno travisato l’effettivo funzionamento dell’economia capitalista.

Una concezione neoclassica:

il rischio come fonte di plusvalore

L’essenza della loro analisi è che il rischio (incorporato e gestito tramite derivati) è una fonte di plusvalore. Il seguente passaggio è caratteristico:

«Sosteniamo che l’assorbimento del rischio è un contributo al surplus di capitale».

È noto che il neoclassicismo giustifica il profitto come la ricompensa all’assunzione di rischi (imprenditoriali). Il marxismo ha svolto una critica devastante a questo errore.

Un prestito keynesiano: la liquidità

Keynes e la tradizione keynesiana fondarono la Teoria della preferenza per la liquidità – Liquidity Preference Theory). Con ciò si sostiene che la domanda di moneta non deriva

Dick Bryan

dalla necessità di prendere in prestito denaro, ma dal desiderio di rimanere liquidi di fronte ai rischi futuri. Inutile dire che questa prospettiva può essere facilmente adattata alla concezione del rischio come fonte di profitti. Per questo motivo, la Teoria della preferenza per la liquidità è stata facilmente incorporata nella sintesi hicksiana di keynesismo e neoclassicismo e anche nelle successive teorie neoliberali (con modifiche significative).

Il marxismo ha una prospettiva totalmente diversa da quella. Il capitale (e non tutti, come sostengono sia i neoclassici che i keynesiani) ha la tendenza a cercare fluidità. Ciò significa che è in grado di spostarsi facilmente, in particolare in forma monetaria, da un’attività all’altra. Ma questa fluidità ha una marcia in più: il capitale vuole passare facilmente da un’attività all’altra perché cerca un profitto maggiore. E il profitto, per il marxismo, deriva dalla creazione di plusvalore (ovvero nuova ricchezza). Ciò costituisce una generica contraddizione del capitale. Da un lato, vuole passare liberamente da un’attività di produzione di plusvalore all’altra in cerca di rendimenti più elevati. D’altra parte, è obbligato a legarsi alla produzione di valore (e plusvalore) in specifiche attività produttive. La preferenza tra fluidità e «schiavitù produttiva» (productive bondage) dipende dalla redditività. In ogni caso, almeno una parte significativa del capitale, per produrre valore, è vincolato ala “schiavitù produttiva”. Naturalmente, le forme più fluide di capitale sono sostanzialmente quelle finanziarie.

Il tentativo di Bryan e gli altri di sposare rischio e liquidità con il marxismo è un fallimento totale. Il marxismo spiega il rischio e la liquidità con riferimento al valore e al profitto. Il marxismo ha un’analisi centrata sulla produzione mentre Bryan e C. adottano la prospettiva centrata sulla circolazione del neoclassicismo e del keynesismo. Vedi, ad esempio, il seguente passo:

«Quindi il capitale è diventato liquido, ma la forza lavoro rimane illiquida»

Per quanto riguarda il secondo scopo che Bryan e C. si prefiggono — cioè offrire una politica di classe per la «nuova era del capitalismo finanziario» — essi falliscono ancora di più. Primo, non hanno una teoria marxista delle classi. Le ultime parti della loro intervista sono indicative. Alla fine considerano le «classi» come categorie di reddito. E adottano il

Mike Rafferty

termine fuorviante Mainstream non di classe di «famiglie» come categoria analitica. Queste sono le tipiche concezioni borghesi. Inutile dire che il marxismo ha una teoria delle classi totalmente diversa. Nonostante le loro smentite («Nel marxismo c’è un’avversione nel definire la classe in termini di reddito, ma in realtà non lo stiamo facendo»), in verità è proprio quello che stanno facendo. Il seguente passaggio è anche caratteristico:

“Questo ruolo di generatore di surplus raggiunge in modo significativo la «classe media»

Inoltre, nonostante la loro retorica di classe, dissolvono il lavoro in capitale siccome sostengono che il lavoro è diventato una forma di capitale, poiché la riproduzione del lavoro è diventata, con la «finanziarizzazione della vita quotidiana” una fonte di trasferimento di plusvalore sotto forma di pagamenti di interessi Con questa

Rosa Luxemburg

formulazione, Bryan, Martin e Rafferty suggeriscono che esiste uno sfruttamento che non si limita al tempo di lavoro non retribuito ma si estende all’usura. Questo sfruttamento non riguarda solo il lavoro ma soprattutto le «classi medie». Il seguente passaggio ci dice infatti:

“Stiamo offrendo una prospettiva aggiuntiva sulla classe che produce surplus, estendendola al modo in cui le relazioni di classe vengono trasformate dal capitale. Abbiamo dimostrato che questo ruolo generatore di surplus raggiunge in modo significativo la «classe media».

Tipicamente, Bryan e C., nel loro studio empirico sull’Australia scoprono che non sono le persone a più basso reddito (una metafora per dire classe operaia) che sono soggette a questo nuovo meccanismo di sfruttamento capitalistico attraverso l’assorbimento del rischio da parte della famiglia ma le persone a medio reddito. Ancora una volta, il seguente passaggio afferma:

«Stiamo solo dicendo che se sei interessato al modo in cui l’assorbimento del rischio delle famiglie rende redditizio il capitale, e guardi dove viene assorbito questo rischio, scopri che non guadagni con le persone a reddito più basso perché esse sono escluse dalla finanza, perché non possono ottenere prestiti.
Non tutte le persone della classe operaia hanno un reddito basso, ciò che chiamiamo «classe operaia» rimane questionecontroversa, specialmente con l’ascesa di falsi contratti indipendenti (come la Gig economy). Stiamo offrendo una prospettiva aggiuntiva sulla classe che produce surplus, estendendola al modo in cui le relazioni di classe vengono trasformate dal capitale. Abbiamo dimostrato che questo ruolo generatore di surplus raggiunge in modo significativo la «classe media».

Quindi, alla fine e nonostante la loro dettagliata «politica di classe», la strampalata teoria del valore e le dichiarazioni operaiste — «il capitale che ruba lavoro spostando il rischio in senso distributivo»), Bryan e C.,. si finisce per riconoscere che è la «classe media» che viene sfruttata principalmente in questa nuova era del capitalismo finanziario. Bel finale per i nuovi guerrieri di classe !!!

Il programma politico che propongono è totalmente idiota. Il «mancato pagamento strategico delle fatture che sono state cartolarizzate» è una questione di esperti finanziari, ma non la questione centrale dei sindacati dei lavoratori. Il rifiuto di rimborsare l’affitto è stata una modalità tradizionale delle lotte dei lavoratori e non è una novità. Tuttavia, questo programma politico idiota ha una conseguenza veramente catastrofica per il movimento operaio. Rimuove il suo obiettivo principale di lottare nella sfera della produzione e del lavoro e lo traspone a problemi distributivi tra le classi. Inoltre, come Bryan e C.,. ammettono, questi problemi riguardano principalmente la «classe media». Pertanto, pongono essenzialmente la classe operaia al servizio delle richieste della classe media. Un bel consiglio ai sindacati che Bryan e C. cercano di guidare !!!

Il resto dell’intervista è pieno di errori minori.

Vedi ad esempio la dichiarazione idiota secondo cui «Dato che le famiglie stanno dove si trova la maggior parte della ricchezza». Ciò non è sostenibile nemmeno in termini neoclassici.

Un altro errore palese commettono Bryan e C.,. la comprensione del valore della forza lavoro. Il valore della forza lavoro non è «sostanzialmente sussistenza» in quanto

Stavros Mavroudeas

comprende anche una parte sociale. E, naturalmente, la loro tesi secondo cui «la sussistenza riguarda l’illiquidità familiare» è totalmente assurda.

Il nuovo riformismo della finanziarizzazione

Gli errori di Bryan e C. riguardo alla teoria della finanziarizzazione sono tipici della contemporanea razza del Nuovo Riformismo della Finanziarizzazione. Questo nuovo riformismo viene da molte parti. Il post-keynesismo coi suoi compagni di viaggio marxistoidi (Lapavitsas, Bryan ecc.) è una corrente. Un altra viene dal Rosa Luxemburg Institute con M. Heinrich ecc. D. Harvey è una specie a sé stante poiché prende da tutti le loro perle teoriche con sorprendente leggerezza e altrettanto sorprendente mancanza di coerenza economica.

Non sorprende che i temi comuni di questo nuovo riformismo della finanziarizzazione siano i seguenti.

In primo luogo, spostano l’analisi marxiana della centralità della produzione nel circuito di capitale verso la prospettiva circolazionista mainstream. La finanza diventa il luogo centrale di questo circolarismo.

In secondo luogo, deformano il concetto di sfruttamento capitalista spostandolo dalla estrazione nella sfera di produzione allo sfruttamento nella distribuzione. Questa mossa è stata fatta anche in passato dalle teorie marx-keynesiane (o piuttosto viceversa).

Tuttavia, questa volta c’è un nuovo elemento. Lo sfruttamento nella distribuzione viene condotto non solo attraverso meccanismi economici ma, in larga misura, attraverso la coercizione politica. Ciò è meno evidente in un’economia in quanto l’usura è il meccanismo di sfruttamento finanziario. Tuttavia, come Bryan e C. affermano in questa intervista, lo stato svolge un ruolo cruciale nella creazione di questo meccanismo. Questo meccanismo politico primario è più evidente nella fallace teoria del nuovo imperialismo.

Terzo, offuscano la loro analisi di classe dissolvendo la classe lavoratrice all’interno dei ceti medi. Ciò facendo, abbandonano la teoria marxista delle classi. Quindi, finiscono per sostituire la classe lavoratrice con una brodaglia sociale quasi post-moderna (che ricorda la «moltitudine» di Negri).

In quarto luogo, negano l’esistenza di una teoria marxiana della crisi (per non parlare di quella basata sulla caduta della redditività) e sostengono che possono esserci molti tipi di crisi (alcuni sostengono addirittura che ogni crisi è un caso speciale). Ma praticamente vedono ogni crisi moderna come una crisi finanziaria; quindi, d’accordo con i Mainstreamer.

In quinto luogo, in termini politici praticamente abbandonano il socialismo a favore di un vago anticapitalismo. Invece di essere indipendenti dall’organizzazione politica borghese della classe operaia, preferiscono i programmi populisti interclassisti che esprimono principalmente le esigenze della media e piccole borghesia. Il fine ultimo non è il socialismo ma un capitalismo umano riformato. 

** Traduzione a cura della Redazione

Interview in Press TV News on the ominous signs of a coming new recession 14-8-2019

This is an interview in Press TV News (Stavros Mavroudeas & Steve Keen) on the recent turmoil in financial markets and the ominous signs of a coming new recession in the world economy. With Stev Keen we agreed that the gist of the matter are the unresolved causes of the 2008 crisis. However, we disagreed on its causes (Steve attributing it to deficient demand and private debt, me emphasising the falling profitability). We also disagreed on the subsequent measures used to surpass the 2008 crisis. Steve argued that Quantitative Easing is working, that public deficits do not matter and that the premature withdrawal of QE leads to the current turmoil. I argued that QE is not a remedy to falling profitability and problems in real accumulation. It alleviates part of the private debt but it cannot generate a recovery as profit rate falters. I also argued that public deficit matters as it becomes unsustainable and a burden to capital accumulation. More generally, I argued that when the real economy if ill (in marxist terms meaning a falling profitability) then monetary means cannot solve, in the long-run, the problem. Overall, this exchang is indicative on the differences between the Marxist and the post-Keynesian analysis.

Αυτή είναι μια συνέντευξη στο κεντρικό δελτίο ειδήσεων του Press TV που έδωσα μαζί με τον γνωστό μετα-Κεϋνσιανό οικονομολόγο Steve Keen σχετικά με την πρόσφατη αναταραχή στις διεθνείς χρηματοπιστωτικές αγορές και τα δυσοίωνα σημάδια μιας επερχόμενης νέας ύφεσης στην παγκόσμια οικονομία. Με τον Steve Keen συμφωνήσαμε ότι η ουσία του θέματος είναι τα ανεπίλυτα αίτια της κρίσης του 2008. Ωστόσο, διαφωνήσαμε για τα αίτιά της (ο Steve το αποδίδει σε ελλιπή ζήτηση και ιδιωτικό χρέος, ενώ εγώ υποστήριξα ότι οφείλεται στην πτώση της κερδοφορίας). Επίσης, διαφωνήσαμε σχετικά με τα επακόλουθα μέτρα που χρησιμοποιήθηκαν για να ξεπεραστεί η κρίση του 2008. Ο Steve υποστήριξε ότι η ποσοτική χαλάρωση (QE) λειτουργεί, ότι τα δημόσια ελλείμματα δεν έχουν σημασία και ότι η πρόωρη απ;osyrsh του QE οδηγεί στην σημερινή αναταραχή. Υποστήριξα ότι το QE δεν αποτελεί θεραπεία για την πτώση της κερδοφορίας και τα προβλήματα στην πραγματική συσσώρευση. Ανακουφίζει μέρος του ιδιωτικού χρέους αλλά δεν μπορεί να δημιουργήσει ανάκαμψη καθώς το ποσοστό κέρδους μειώνεται ή/και δεν είναι επαρκές. Υποστηρίζω επίσης ότι το δημόσιο έλλειμμα δεν είναι αδιάφορο θέμα καθώς καθιστά μη διατηρήσιμη και επιβαρύνει τη συσσώρευση κεφαλαίου. Γενικότερα, ισχυρίστηκα ότι όταν η πραγματική οικονομία είναι «άρρωστη» (πράγμα που από μαρξιστική άποψη σημαίνει πτώση της κερδοφορίας) τότε τα νομισματικά μέσα δεν μπορούν να λύσουν, μακροπρόθεσμα, το πρόβλημα. Συνολικά, αυτή η ανταλλαγή απόψεων είναι ενδεικτική των διαφορών μεταξύ της Μαρξιστικής και της μετα-Κεϋνσιανής ανάλυσης.

La hipótesis de la financiarización y el marxismo: ¿una contribución positiva o un caballo de Troya?”: Stavros Mavroudeas

Traducción Española

 

https://indignadoseconomia.wordpress.com/2019/01/12/la-hipotesis-de-la-financiarizacion-y-el-marxismo-una-contribucion-positiva-o-un-caballo-de-troya-stavros-mavroudeas/

 

 

“La hipótesis de la financiarización y el marxismo: ¿una contribución positiva o un caballo de Troya?”: Stavros Mavroudeas

12 enero, 2019 ~ sankarathomas

 

 

Introducción

La Hipótesis de la Financialización (FH) es un argumento popular en la economía heterodoxa contemporánea, la economía política marxista, pero también en la economía dominante. Su tesis básica es que el capitalismo moderno ha sufrido una transformación radical durante las últimas tres décadas. El sistema financiero, a través de una serie de mecanismos innovadores, ha conquistado las alturas dominantes del capitalismo, se ha independizado del capital productivo y ha transformado todo el sistema según sus propias prerrogativas. Este nuevo capitalismo financierizado (o financiero o dominado por las finanzas o fiduciario) opera completamente diferente del capitalismo tradicional.

La FH propone cuatro hechos estilizados como base factual:

+ El aumento del peso del sector financiero en las economías capitalistas avanzadas contemporáneas (participación en el PIB, beneficios, nuevos instrumentos financieros complejos).

+ La reciente tendencia del sector empresarial a financiarse a sí mismo a través de las utilidades retenidas, los mercados de capitales y la “banca en la sombra”.

+ La adopción por parte de las empresas de políticas de maximización del valor de los accionistas y la consiguiente importancia de los inversores institucionales.

+ El aumento del endeudamiento de los hogares trabajadores y de la clase media en varias economías capitalistas avanzadas.

El resultado combinado de estos procesos es que (a) el capital productivo depende totalmente del capital dinero y transforma su modus operandi de acuerdo a los requerimientos de este último y (b) la clase trabajadora depende directamente del capital dinero, que lo explota a través de la usura.

Este nuevo capitalismo dominado por las finanzas es propenso a las crisis debido a su inestabilidad financiera inherente. Al mismo tiempo, la crisis capitalista mundial de 2008 se considera una crisis de financialización, causada por las burbujas financieras y sin raíces en la acumulación real (que sólo se vio afectada posteriormente por el desapalancamiento de las finanzas).

El disparo de FH a la prominencia lo convirtió en un leitmotiv a costa de la coherencia analítica.

Este artículo discute las versiones marxista y casi-marxista del FH y argumenta que malinterpretan el funcionamiento real del capitalismo moderno, lo que conduce a un callejón sin salida explicativo. La espectacular expansión del sistema financiero durante las últimas décadas de débil rentabilidad y acumulación no constituye una nueva época, y mucho menos un nuevo capitalismo. En cambio, constituye una reacción capitalista bien conocida en períodos de débil rentabilidad. Esto no impide la proliferación de nuevos instrumentos financieros que dan nuevas formas especiales de apariencia a un proceso capitalista habitual. A diferencia de la FH, se argumentará que la teoría marxista clásica de la crisis y el capital ficticio ofrece una comprensión analítica y empírica superior de este proceso.

La FH autonomiza completamente el dinero-capital (es decir, la fracción del capital que opera en el sistema financiero) del capital-productivo y, además, lo superpone a este último. Además, la FH sostiene que el capital monetario adquiere también medios de existencia y funcionamiento totalmente independientes del capital productivo. Este argumento de la FH no crea problemas para la teoría de la integración financiera, ya que la economía neoclásica considera que el sistema financiero es un creador independiente de riqueza. Sin embargo, es un gran salto para las corrientes de la FH que atribuyen a la Economía Política. La economía política, tanto clásica como marxista, considera el capital productivo (es decir, el capital dedicado a la esfera de la producción) como el lugar de creación de plusvalía. Las otras dos principales fracciones capitalistas (dinero y capital comercial) operan en el ámbito de la circulación. No producen plusvalía, sino que cosechan parte de la plusvalía creada por el capital productivo como pago por sus funciones necesarias. El FH, al rechazar esta perspectiva, en realidad no significa una nueva época del capitalismo, sino un nuevo capitalismo con diferentes clases y funciones. Este es un escenario muy alejado de la realidad.

La FH y sus versiones marxista y casi-marxista

La idea de que hubo una ruptura estructural en la evolución histórica del capitalismo, después de la cual el sistema financiero conquista las alturas dominantes del sistema, no es nueva. La obra fundamental de Hilferding (1910 (1981)) contemplaba la idea de una nueva importancia estratégica del sistema financiero para la reproducción capitalista. Sostuvo que debido a la mayor concentración y centralización del capital y al aumento de los requisitos financieros, ha surgido una nueva forma híbrida de capital (capital financiero). Se trata de la fusión del capital productivo con el capital bancario (una sección del capital dinero) bajo el dominio de este último. Implícitamente, Hilferding consideró esto como una nueva era del capitalismo, aunque nunca se atrevió a declararlo explícitamente. Con la aparición del capital financiero, las finanzas han destronado al capital productivo de su posición dominante en el circuito total del capital. Son bien conocidas las deficiencias de la tesis del capital financiero de Hilferding. En primer lugar, deja de lado implícitamente la Teoría del Valor del Trabajo Marxista (LTV) y procede con una teoría problemática de la fijación de precios monopolísticos. En segundo lugar, la validez empírica del concepto de capital financiero ha sido refutada (Bond (2010), Harris (1988)). Esta fusión de capital productivo con capital bancario se materializó sólo en un segmento minoritario del mundo capitalista avanzado. A título indicativo, no se materializó en varias economías anglosajonas cruciales en las que la bolsa y no el sistema bancario constituye la principal fuente de financiación para las empresas privadas.

La tesis de Hilferding fue relanzada posteriormente por Sweezy (1942). Sin embargo, cabe señalar que ninguno de los dos rompió con la clásica relación marxista entre plusvalía e interés. Para el análisis marxista, el excedente de valor es extraído por el capital productivo en la esfera de producción y luego es redistribuido entre los beneficios (que se acumulan al capital productivo), los intereses (que se acumulan al capital monetario) y los beneficios comerciales (que se acumulan al capital comercial). Por lo tanto, el dinero-capital puede dominar el estratégicamente productivo-capital, pero no puede vivir independientemente de este último.

La idea de Hilferding de esta dominación estratégica fue tomada por amigos y enemigos dentro de la tradición marxista. Fue Lenin (1917), en su imperialismo, quien lo retomó y lo refundió dentro de una teoría formal de las etapas capitalistas. Argumentó que ha surgido una nueva etapa del capitalismo, el capitalismo monopolista. Una de sus principales características es este dominio estratégico, ya que adoptó el concepto problemático de Hilferding. Sin embargo, Lenin siguió la LTV marxista y siempre consideró al capital dinero como un apéndice del capital productivo, ya que el interés es parte del superávit de valor y el capital dinero no tiene una fuente independiente de riqueza. Por otro lado, la teoría de Lenin de las etapas -a pesar de algunas deficiencias y ambigüedades- ofrece una caja de herramientas coherente y valiosa a través de la cual el análisis marxista puede concebir transformaciones en el capitalismo.

Resumiendo, la Economía Política Marxista dentro de su teoría de las etapas argumentó que durante el capitalismo monopolista el sistema financiero adquirió dominio estratégico sobre el circuito total del capital, pero que nunca dejó de depender económicamente del capital productivo. En pocas palabras, era un parásito dominante y también necesario. Esta concepción -a pesar de aspectos problemáticos como el capital financiero- tiene tanto realismo como coherencia analítica.

El panorama teórico cambió una vez más después de la crisis global de 1973 que significó el agotamiento de la etapa del capitalismo monopolista. La crisis económica mundial de 1973 y su rentabilidad decreciente, que provocó varias oleadas de reestructuración capitalista, sólo logró restaurar parcialmente la profitability del capital. En otras palabras, la tasa de profit nunca llegó a alcanzar los niveles de 1973. Esta recuperación capitalista incompleta llevó a una huida hacia adelante: el sistema empleó vigorosamente las operaciones de capital ficticio para sostener y vigorizar la acumulación de capital. La rápida desregulación e internacionalización de las finanzas durante la década de 1990 inició el proceso de lo que se ha dado en llamar financialización. Los capitales sobreacumulados en los sectores productivos de la economía desplazaron sus actividades hacia operaciones de capital ficticio con el fin de mejorar su rentabilidad. Estos desarrollos han llevado a interpretaciones según las cuales surge una nueva época para el capitalismo, donde el capital financiero es liberado del gobierno del capital productivo y, siguiendo un curso autónomo, ahora domina toda la economía capitalista. Estos cambios significativos que tuvieron lugar durante las últimas décadas del siglo XX influyeron de manera crucial en las opiniones sobre el papel del sistema financiero, así como en el debate en curso sobre la relación entre el capital productivo y las finanzas.

El mismo término “financiarización” fue acuñado por primera vez por la escuela de la Revista Mensual (MR). Sweezy (1994, 1997), en sus últimos trabajos se refirió a “la financiarización del proceso de acumulación de capital” como una de las tres tendencias del cambio de siglo (las otras dos son el poder monopólico y el estancamiento). La financiarización como tal fue inaugurada en un volumen colectivo editado por Epstein (2005) que incluía un artículo de Krippner (2005). Este último introdujo el término “financiarización” como marca comercial de las recientes transformaciones del sistema capitalista. No obstante, Krippner (2005, p.199) tenía reservas sobre si la financiarización constituye una nueva fase del capitalismo; argumentando que no necesariamente `representa una fase completamente nueva del capitalismo…[ni] estos datos nos permiten sacar conclusiones sobre la permanencia de las tendencias aquí documentadas’.

Sin embargo, no fue la escuela de RM sino los post-keynesianos quienes adoptaron enérgicamente el término y rara vez lo trataron como su propiedad exclusiva.

La incorporación del término en los análisis marxistas y casi-marxistas siguió un poco más tarde. Τhere son cuatro versiones de la FH en la literatura marxista. Los dos se mantienen dentro del marco analítico marxista (B.Fine, MR) mientras que los otros dos tienen un sabor más bien marxista en el sentido de que abandonan el primero y coquetean con el post-keynesianismo (Lapavitsas, Bryan).

Fine (2009, 2010) considera el crecimiento de las finanzas y las nuevas formas financieras de los últimos treinta años como una fase especial del neoliberalismo (que él define más como una tendencia política que como una etapa per se). Teoriza esta nueva fase a través de la LTV marxista y su teoría del dinero. La financiarización se produce cuando la acumulación de capital remunerado (IBC, que se definirá más adelante) en la economía se hace extensiva e intensiva. El crecimiento “intensivo” y la proliferación de activos financieros significan su creciente distancia de la producción, mientras que “extensivo” significa la extensión de las IBC a nuevas áreas de la vida económica y social en formas híbridas de capital (Fine (2013-2014), p.55). En tales condiciones, las finanzas sólo pueden adquirir una posición dominante por lo que se refiere a la acumulación de capital en el entorno estructurado de la “banca en la sombra”. En este último contexto, el intercambio puede verse facilitado por la intermediación y la presencia dominante de capital ficticio. Para Fine finance no se pueden adquirir canales autónomos de explotación de la clase obrera. Las nuevas formas de operación del dinero capital y los nuevos arreglos institucionales son políticas que son utilizadas por el capital para superar sus problemas y contradicciones. En resumen, Fine sigue la lógica marxista de relacionar las finanzas con la esfera de la producción y considerar el beneficio financiero como parte del plusvalor. Lo que falta en su análisis es cómo se relaciona el actual surgimiento de la financiarización con la rentabilidad.

El MR, aunque la financiarización se inició bajo sus auspicios, se adoptó con retraso (por ejemplo, Foster (2010)). Sumida en su subconsumo marxo-keynesiano, se esforzó por demostrarlo ante evidencias empíricas abiertamente negativas (ya que la crisis de 2008 no se acompañó de signos subconsumistas). Adoptó la financiarización junto con los argumentos de que (a) el aumento de las desigualdades de ingresos conduce al aumento del endeudamiento de los hogares (que es una forma de subconsumo encubierto) y (b) que el aumento del apalancamiento financiero y la especulación es parte de la era neoliberal de la desregulación. Identifica esta última como una nueva etapa del capitalismo, calificada como Neoliberalismo, o Globalización o más tarde como Globalización Financiera. Sin embargo, tampoco sostiene que el beneficio financiero se haya independizado de la plusvalía. El enfoque de las Estructuras Sociales de Acumulación (ASS) sigue un camino similar al del RM que identifica la financiarización con el ASS neoliberal (Tabb (2010)) y añade su propio énfasis en las instituciones.

Bryan et.al (2009) argumentan que desde principios de la década de 1980 las finanzas se han convertido en productos básicos a través de varias innovaciones financieras (titulización, derivados, etc.). Aunque Bryan (2010) evita caracterizarlo como una nueva etapa capitalista, lo implica esencialmente. Afirma que (a) el aumento del apalancamiento y los derivados y (b) la explotación financiera de los trabajadores a través de préstamos usureros cambian radicalmente las funciones y la estructura de clases del capitalismo. Sostienen que la relación salarial (es decir, el tiempo de trabajo) y su relación con el dinero han dejado de estar relacionadas, pero separadas, y que la segunda ha subsumido a la primera. Al mismo tiempo, el trabajo se convirtió en una forma de capital, ya que la reproducción de la mano de obra es ahora una fuente de transferencia de plusvalía en forma de pago de intereses y de “financiarización de la vida cotidiana”. En su formulación muy peculiar, detrás de la terminología marxista (plusvalía, etc.) la explotación no se limita al tiempo de trabajo no remunerado sino que se extiende a la usura. Además, el argumento de que el trabajo es ahora una forma de capital implica directamente una nueva estructura de clases diferente del capitalismo típico.

Lapavitsas (2008), adoptó la finacialización directamente del poskeynesianismo. Sostiene, en el espíritu de la “banca en la sombra”, que la banca típica es casi redundante y que el sistema financiero se está convirtiendo en un sistema totalmente basado en la bolsa de valores. El capital ficticio es un concepto redundante y los nuevos desarrollos financieros no se relacionan, ni siquiera remotamente, con la esfera de producción y tienen que ser analizados de forma independiente. Por lo tanto, la LTV y su teoría del dinero se descartan esencialmente. Introduce el vago concepto de “finanzas” como el nuevo maestro del sistema. Para evitar las críticas de proponer dos clases capitalistas separadas, argumenta que las “finanzas” subsumen y remodelan el capital productivo de acuerdo con sus prerrogativas. Por consiguiente, no existe una distinción significativa entre ellos. Además, ‘finanzas’ adquiere un canal de explotación directa de los trabajadores a través de la provisión de préstamos usureros: Estas prácticas recuerdan la antigua tradición de la usura, pero ahora las realiza el sistema financiero formal” (Lapavitsas (2009)). Inicialmente calificó esta nueva fuente de beneficios financieros de “explotación financiera”. Después de las críticas (por ejemplo, Fine (2009)) por confundir la explotación capitalista con la explotación precapitalista de la usura, hizo un lifting sin consecuencias y cambió el término a “expropiación financiera”. Sostiene que esto permite a las instituciones financieras aumentar sus beneficios independientemente de la plusvalía y posiblemente explotarnos a todos (Lapavitsas (2014), aludiendo a otros estratos sociales aparte del trabajo). Para él, esta nueva estructura constituye una nueva etapa del capitalismo (o un nuevo “orden social”, como él lo califica en términos más gráficos pero menos coherentes teóricamente). Además, argumenta que no existe una teoría general de la crisis (como el marxismo), pero que cada crisis es históricamente específica. Sostiene que la crisis de 2008 fue una crisis de financiarización sin relación alguna con la rentabilidad (ya que esta última se mantuvo constante (Lapavitsas & Kouvelakis (2012)).

La FH casi-marxista y marxo-keynesiana, adopta esencialmente la teoría del dinero endógeno post-keynesiano que es altamente problemática ya que no puede definir coherentemente lo que es el `capital’ y, en consecuencia, malinterpretar la relación entre interés y beneficio. Esencialmente, su enfoque es similar al de la antigua Escuela Bancaria y se enfrenta a problemas similares. Así, el FH casi-marxista y marxo-keynesiano sacrifica -o deforma más allá de todo reconocimiento- el concepto marxista crucial del capital ficticio y termina con lo mismo con los Mainstreamers y el argumento post-keynesiano: el sector monetario domina el sector real y es independiente de estas últimas fuentes de beneficio. Pero lo que llama la atención excepcionalmente es la confluencia esencial de la FH casi-marxista con la teoría de clases postkeynesiana. Como ya se ha analizado, el pensamiento keynesiano y post-keynesiano hereda la noción de rentista de la economía política clásica, pero en realidad la deforma. Para los antiguos rentistas (en la versión de los terratenientes, que es un remanente transformado del feudalismo) eran una clase separada, que no hacía negocios sino que se apropiaba de rentas que se sustraían de las ganancias empresariales y, por lo tanto, disminuían las inversiones. Este conflicto que caracterizó al capitalismo durante los años de A. Smith y D. Ricardo hace tiempo que dejó de existir. La propiedad de la tierra se ha asimilado a la clase capitalista y ha perdido su existencia y función independiente. El keynesianismo redefinió esta distinción entre industriales y financieros, considerados esencialmente como clases separadas. El keynesianismo no tiene problemas analíticos con esto, ya que argumenta que otros factores afectan el ahorro y otras inversiones. Sin embargo, el marxismo concibe el dinero y el capital productivo como formas de capital total que participan en la formación de la tasa general de ganancia (que entre otras cosas es un proceso que unifica a la burguesía contra el proletariado). Debido a que el interés es parte del plusvalor y las ganancias financieras dependen de la tasa general de ganancia, el marxismo no eleva el carácter distintivo del dinero y del capital productivo hasta el punto de ser clases separadas.

Por último, pero no por ello menos importante, las corrientes marxistas de la FH tienen una débil teoría de la crisis. No ofrecen una teoría general de la crisis capitalista, sino que optan por una teoría coyuntural. Cada época histórica y cada crisis particular tiene sus propias especificidades. Pero esencialmente, como Tomé (2011) muestra claramente, la FH finalmente atribuye a una teoría keynesiana de la posibilidad de crisis. Esta es una teoría muy insustancial de la crisis, especialmente de aquellas corrientes de la FH que se refieren incluso de pasada al marxismo. Lapavitsas (2014: 37) es de nuevo un ejemplo típico. Afirma que el desarrollo de financialisation no tiene nada que ver con la tendencia a la baja de la tasa de beneficios de Marx. Además, afirma que la caída de profitability en la producción capitalista nunca fue un factor clave detrás del ascenso de finance

El marxismo clásico contra la FH

La FH afirma que ofrece un marco analítico superior para comprender las transformaciones económicas de las últimas décadas. El lado empírico de la FH está más allá del alcance de este documento; aunque hay pruebas convincentes de que la acumulación real sigue siendo el centro del sistema capitalista y que la caída de la rentabilidad a-la-Marx está en el centro de la crisis de 2008 (por ejemplo, Shaikh (2010), Mavroudeas & Paitaridis (2015)). También hay fuertes rechazos de la aplicabilidad empírica de la FH para economías específicas (por ejemplo, Mavroudeas (2015)). Esta sección ofrece una alternativa al análisis del FH sobre los recientes desarrollos del capitalismo que se basa en la perspectiva marxista clásica.

El marxismo clásico analiza la relación entre acumulación monetaria y acumulación real a través de las lentes del circuito total del capital que revela el modus operandi de las distintas formas de capital, en unidad en el contexto de la acumulación real. Esta exposición unificada está ausente tanto de la perspectiva dominante como de la post-keynesiana y le da al marxismo una comprensión superior de la relación entre finanzas y producción, donde la esfera de producción tiene una primacía estructural (e históricamente permanente) sobre las finanzas. Este punto de vista permite que el marxismo no sea presa de hechos estilizados cuestionables que crean falsas impresiones sobre nuevas etapas y, al mismo tiempo, que sea capaz de analizar nuevos fenómenos dentro de los contornos de los mecanismos fundamentales de funcionamiento del sistema capitalista.

El circuito de capital total de Marx presenta cómo funciona el capital y asume diferentes formas para extraer plusvalía:

M → C …… P…….C’ → M’

↓                      ↓

c+v                  c+v+s

donde M: dinero

C: productos básicos (medios de producción (c) y fuerza de trabajo (v))

P: proceso de fabricación

C”: productos de mayor valor producidos (mediante la inclusión de plusvalía(s))

M”: mayor rendimiento del dinero (en forma de beneficio) para el C”.

El circuito comienza con la circulación (el avance de M para comprar C) y termina con la circulación (el pago de M’ para C’). Entre C y C’ tiene lugar el proceso de producción donde se interrumpe la circulación y se extrae el exceso de valor. Las tres formas fundamentales de capital (dinero-capital, capital-productivo y capital-comercial) funcionan de manera diferente, pero también están entrelazadas en este circuito. El dinero y el capital comercial, que operan en el ámbito de la circulación, operan al principio y al final. El capital productivo opera en el centro. La esfera de producción (y por lo tanto el capital productivo) tiene primacía sobre las demás, ya que el plusvalor (el objetivo del sistema capitalista) se extrae bajo sus auspicios (Fine & Harris (1979)). Este plusvalor se redistribuye posteriormente entre capital productivo, monetario y comercial, ya que el primero necesita el apoyo de los otros dos.

El dinero juega un papel crucial en este circuito. Es el elemento más móvil del circuito. Cuando representa valor (no se ha convertido en capital), tiene su mayor fluidez. Sin embargo, cuando entra en el proceso de producción y se convierte en capital (que es necesario para reclamar un valor añadido) se vuelve menos fluido. El capital recupera su fluidez cuando las materias primas producidas se venden a cambio de M’. Parte de ese dinero se reinvierte en el proceso de producción, convirtiéndose en menos capital fluido, mientras que otra parte es consumida o acaparada por el propietario del dinero.

Existe una tensión entre la movilidad inherente al dinero y su vinculación necesaria en el proceso de producción. El dueño del dinero lo ve como un proceso que toma tiempo y es arriesgado. Esto lo hace indeseable y sólo se llevaría a cabo si es probable que los beneficios esperados sean significativamente mayores que los de otros capitalistas involucrados en el proceso que mantuvieron la flexibilidad, como el capital-dinero que opera en la etapa M o el capital-comercial que funciona en la etapa C. Como cada capitalista se ve a sí mismo como un aprovechado del sistema (es decir, trata de dejar a sus pares los costos de la operación funcional del sistema capitalista), rara vez trata de separarse de los límites de la producción. Hay fases de los ciclos económicos en las que esta tendencia se fortalece y otras en las que se debilita. Por ejemplo, a lo largo de gran parte del siglo XIX se observó un mayor rendimiento del capital productivo. Pero, sobre todo después de la crisis de 1873, esto cambió y la tendencia a la fluidez volvió. Las acciones transferibles y su mercantilización se convirtieron en el medio dominante a través del cual los capitalistas trataron de reducir el riesgo de su participación en el proceso de producción.

El marxismo comprende la unidad y la lucha interna del capital y las complejas funciones del dinero-capital a través de la distinción entre el uso del dinero como crédito y el uso del dinero como capital. Los préstamos y el uso del dinero como capital son diferentes porque el dinero se usa no sólo para comprar un bien o para hacer un pago, sino para ganar más dinero. Desde la perspectiva de la producción capitalista, esto ocurre cuando se pide dinero prestado para expandir la acumulación con la expectativa de una ganancia futura. Marx distingue cuidadosamente entre las funciones del capital de dinero. El dinero involucrado en las actividades de préstamo y empréstito del sistema financiero capitalista se define como capital en dinero prestado (LMC). LMC se subdivide en dos formas genéricas: capital de negociación (MDC) y capital con intereses (IBC). MDC adelanta crédito en general para la compra y venta en el ámbito de la circulación. IBC utiliza las relaciones de crédito para adelantar capital monetario con el fin de apropiarse de la plusvalía.

Tradicionalmente, el sistema financiero capitalista recolecta fondos ociosos y los canaliza hacia la inversión a través del crédito y los mercados de capital (que operan de manera diferente). Los mercados de crédito involucran tanto a MDC como a IBC. Los mercados de capitales involucran únicamente a las IBC. La novedad de las formas híbridas recientes (como la “banca en la sombra”) es que combinan de manera compleja el funcionamiento de los mercados bancarios y de capitales. Por lo tanto, combinan MDC e IBC.

El sistema crediticio comienza con el crédito comercial, que surge a través de relaciones comerciales vinculadas principalmente a sectores similares y/o relacionados y a la proximidad geográfica. Luego viene el crédito bancario (cobranza y adelanto de LMC por parte de los bancos), que surge en el descuento de las letras de cambio y se basa en la cobranza de dinero ocioso de varias fuentes, superando así algunas de las particularidades del crédito comercial. Al recolectar dinero ocioso de varias fuentes en la economía, los bancos homogeneizan parcialmente el crédito y comienzan a darle un carácter menos individual. El siguiente ejemplo es el mercado monetario (donde la LMC se negocia entre bancos). La parte superior del sistema de crédito es el banco central (el principal banco del mercado monetario).

El mercado de capitales acompaña al sistema crediticio. A diferencia de este último, moviliza el dinero ocioso sobre la base de la propiedad (capital social) en lugar del crédito (deuda). Sin embargo, el mercado de crédito está conectado con el mercado de valores, ya que ambos obtienen fondos del mismo grupo de LMC y los préstamos de la primera sostienen las operaciones en la segunda.

Debido a que las IBC son dinero-capital que se negocia como una mercancía que comanda intereses, tienen un carácter dual en el contexto del circuito total. Por un lado, se relaciona inmediatamente con el ámbito de la acumulación real para el pago de intereses y, por otro, se relaciona inmediatamente con la forma del dinero de crédito. Por lo tanto, tiene cierto grado de libertad hacia la esfera de la acumulación real, ya que la tasa de interés que determina las IBC se forma fuera del circuito total por la oferta y la demanda de LMC. Esto le da a IBC una segunda dualidad. En primer lugar, porque es una relación entre un capitalista que posee dinero (capitalista “monetario”) y un capitalista que posee un proyecto de inversión (capitalista “funcional”), puede dar lugar a la especulación (es decir, a la búsqueda de rentas). En segundo lugar, las IBC surgen de la generación de sumas de dinero en la rotación del capital social total, que son transformadas posteriormente en LMC por el sistema de crédito.

Las sociedades comerciales internacionales se diferencian del capital productivo por el hecho de que su propietario, a través de la concesión de préstamos, reclama parte del valor excedentario (en forma de intereses) sin ninguna participación directa en la producción. En casos de desarrollos no deseados (conflictos entre mano de obra y capital en la producción y distribución, caída de la rentabilidad, etc.), el prestamista de IBC lo retira e invierte en otros sectores en lugar de tener que intervenir directamente en la industria. Esta característica de las IBC es crucial para el dinero-capital (bancos) porque aumenta la liquidez de sus pasivos. Sus depósitos, que (al menos para los bancos comerciales) constituyen la base de sus operaciones de negociación de dinero, son muy líquidos, ya que los depositantes no están vinculados a ningún banco en particular. En sistemas bancarios bien desarrollados, el conocimiento personal y la confianza no entran en la relación, de modo que los depósitos y otros instrumentos monetarios son formas no específicas y anónimas en las que se puede mantener el capital. Las operaciones de compraventa de dinero que realizan los bancos y la competencia dentro del sector bancario facilitan este distanciamiento del dinero y los depósitos de vínculos específicos. Sin embargo, la libertad de IBC tiene límites porque al prestar directamente a la industria no puede ser totalmente indiferente a los resultados de esta última.

El capital ficticio es una forma de IBC. Las sociedades comerciales internacionales ya se definen como dinero-capital que se presta para ser utilizado en la esfera de la producción para extraer plusvalía, en contraste con el simple préstamo de dinero (dinero como tal) que simplemente facilita las transacciones en general. Sin embargo, dado que existe la obligación de reembolsar un préstamo (que adopta la forma de deuda), es posible que esta deuda adquiera vida propia. En consecuencia, la obligación (que adopta la forma de valores, por ejemplo, acciones, bonos), puede ser comprada y vendida autónomamente a un valor monetario determinado, que podría o no corresponder a la capacidad de su suma de dinero (si se utiliza como capital en la esfera de la producción) para obtener un valor excedentario suficiente. Esta circulación autónoma de IBC en forma de valores es llamada por Marx capital ficticio. Ficticia’ no implica que no exista o que haya sido creada artificialmente. Denota que su circulación es distinta de la circulación o el rendimiento del capital que representa (Fine (2013-2014), págs. 49-50). Por lo tanto, el capital ficticio está relacionado con las actividades financieras del capital en general y se vuelve más crucial cuando el sistema financiero se vuelve más complejo.

En la práctica, el capital ficticio representa una apuesta incierta por el plusvalor que podría ser extraído en el futuro, pero que está siendo descontado en el presente. Su funcionamiento está estrechamente relacionado con la expansión de las sociedades anónimas, la negociación de sus activos en bolsa y la expansión del dinero de crédito (que facilita en gran medida sus transacciones y sus valoraciones). Los períodos de euforia económica suelen fomentar altas expectativas sobre el futuro y, por lo tanto, pueden generar oleadas de crecimiento económico sólido (ya que influyen positivamente en la inversión). Estos auges impulsados por las expectativas suelen tener la tendencia a excederse, es decir, a crear expectativas de futuro cada vez más optimistas. Pero tan pronto como la “economía real” no pueda mantener el ritmo de esas expectativas (es decir, la inversión no conduce a los beneficios esperados), su crecimiento comienza a tambalearse. En otras palabras, los llamados “fundamentales” recuerdan a la realidad el crecimiento insostenible creado por el capital ficticio. Los bustos que siguen tienen también la tendencia a rebasar; pero esta vez al lado negativo. Éstas suelen llevar al estallido de una crisis económica debido al estallido de la llamada “burbuja”.

Este papel ha sido reconocido desde hace mucho tiempo por los economistas marxistas. H.Grossmann (1929, p.158) mostró que “entre los factores que contrarrestan la ruptura, Marx incluye el hecho de que la parte cada vez mayor del capital social toma la forma de capital social:

….estos capitales, aunque invertidos en grandes empresas productivas, sólo producen grandes o pequeñas cantidades de intereses, los llamados dividendos, una vez deducidos los costes…. Por lo tanto, no sirven para nivelar la tasa de beneficio, porque producen una tasa de beneficio inferior a la media. Si no lo hicieran, la tasa general de beneficios caería mucho más bajo. (1959, p.240)’

Esto indica la capacidad del sistema crediticio para seguir obteniendo beneficios cuando la acumulación real empieza a tener dificultades, lo que retrasa la caída de la tasa general de beneficios. Sin embargo, a pesar de la relativa autonomía del sistema crediticio, en última instancia, sus operaciones cumplen ampliamente con el movimiento esencial de la acumulación capitalista. Así, la fase de crisis del ciclo económico capitalista comienza típicamente con el colapso de la especulación en los productos básicos almacenados por los comerciantes mayoristas, y el aumento de la tasa de interés que afecta a la estructura de la deuda en algún momento causando su colapso, lo que lleva a la fase de crisis a ser seguida por la depresión.

Itoh (1988, pp.303-342), siguiendo la escuela Uno del marxismo japonés, incorporó esta función dentro de las fases de los ciclos económicos. Sostuvo que hacia el final de la fase ascendente y al comienzo de la sobreacumulación, la tasa de beneficios disminuye y los precios de las materias primas tienden a subir. Luego, el comercio especulativo y el almacenamiento de materias primas tienen lugar a la espera de nuevas subidas de precios. El comercio especulativo también aparece en la bolsa de valores a medida que los precios de las acciones de algunas industrias comienzan a subir en respuesta al aumento de los precios de sus materias primas.

En resumen, el marxismo clásico tiene un marco coherente y sofisticado para comprender el fenómeno de la euforia financiera prolongada sin separarlo de la acumulación real. Este marco también puede explicar satisfactoriamente las recientes innovaciones financieras.

El cambio contemporáneo más dramático es que la letra de cambio (con sus vínculos directos con la financiación de la producción y el comercio) es sustituida como activo financiero dominante por la “repo” (“sale and repurchase agreement”). En una operación repo, un prestatario de efectivo vende un paquete de valores por una cantidad de dinero a un prestamista con el acuerdo de que el primero recomprará los valores por otra cantidad de dinero después de un período fijo. De este modo, los valores actúan como garantía para el préstamo en efectivo. En el caso de que el prestatario en efectivo incumpla con el pago, el prestamista en efectivo es el propietario de los valores para mantenerlos, venderlos o utilizarlos de nuevo como garantía. En este contexto, la evolución institucional llevó a que la noción de “banco” se volviera elástica y surgió el fenómeno de la “banca en la sombra”.

Esta tendencia tiende a fusionar los dos pilares del sistema financiero (el crédito y los mercados de capitales) principalmente a través de la titulización. Sin embargo, la titulización transforma la propiedad en activos financieros negociables contra una promesa de reembolso; es decir, en capital ficticio. De esta manera, el sistema financiero contemporáneo se volvió más inestable a medida que se perturbaban los mecanismos institucionales tradicionales y la confianza.

Toda esta casa de naipes financiera contemporánea depende de la extracción de plusvalía en el ámbito de la producción. Tras la crisis de rentabilidad de 1973, las posteriores oleadas de reestructuración capitalista no lograron resolver la crisis de sobreacumulación. A pesar del dramático aumento de la explotación laboral (es decir, el aumento de la tasa de plusvalía), evitaron una destrucción decisiva de capitales inviables. Por lo tanto, la rentabilidad nunca se recuperó lo suficiente. El último truco, junto con la `globalización’ (que nunca extinguió la economía nacional sino que aumentó la presión tanto sobre el trabajo como sobre los capitales inviables), fue la expansión de las operaciones de capital ficticio. Sin embargo, como ya se ha dicho, esta estratagema tiene límites definidos. La expansión a través del dopaje financiero pronto alcanzó sus límites establecidos por la acumulación real. Así, estalló la crisis de 2008. El colapso financiero se orientó estrictamente a los problemas de la acumulación real.

Con respecto al otro pilar de las corrientes marxistas de la FH, a saber, que las finanzas adquieren un mecanismo de “explotación directa” a través de la usura independiente del excedente de valor, existe un fuerte rechazo. Fine (2009) argumentó con precisión que interpreta mal el marco analítico marxista. Los ingresos financieros de los préstamos concedidos a los trabajadores pueden ser (a) una apropiación adicional de una parte del valor de su mano de obra o (b) una parte del valor de su mano de obra que se gasta en la adquisición de productos socialmente necesarios. En el primer caso, si esta apropiación se convierte en permanente, entonces conducirá a un nuevo valor inferior de la fuerza de trabajo. En el segundo caso, el valor actual de la fuerza de trabajo es en realidad inferior a lo que parece. En ambos casos no hay beneficios financieros adicionales -y además independientes de la plusvalía-. Argumentar lo contrario significa que estas corrientes marxistas del FH proponen una teoría diferente de la determinación de la fuerza de trabajo y del funcionamiento del mercado laboral que la del marxismo. En tal teoría, las relaciones de poder directas en lugar de los mecanismos económicos indirectos son el único mecanismo que puede permitir que el sistema financiero obtenga beneficios adicionales. Una vez más, este punto de vista malinterpreta al capitalismo como un sistema pre-capitalista.

Conclusiones

Las corrientes marxistas y casi-marxistas de la FH, con la notable excepción de la interpretación bastante peculiar de B.Fine, se equivocan en cinco aspectos.

En primer lugar, interpretan los fenómenos coyunturales y de corto plazo como cambios estructurales de largo plazo. En términos metodológicos, la FH es una teoría de rango medio (para una crítica de esta metodología ver Mavroudeas (2012), Ch.3).

En segundo lugar, promueven la falsa percepción de que la expansión financiera posterior a la década de 1990 fue un fenómeno totalmente nuevo sin precedentes históricos previos.

Tercero, su argumento sobre el novedoso mecanismo de’explotación directa’ del sistema financiero equipara injustificadamente al capitalismo con la era pre-capitalista de transición del feudalismo al capitalismo.

Cuarto, proponen un análisis de clase poco realista.

En quinto lugar, conducen a una confusión analítica injustificada, ya que oscurecen la comprensión de los procesos económicos y sociales fundamentales del capitalismo.

En pocas palabras, la grandiosa propuesta de la FH sobre una nueva etapa del capitalismo o incluso una nueva forma de capitalismo no explica analítica y empíricamente la evolución del capitalismo contemporáneo. Por el contrario, el marxismo clásico ofrece una perspectiva analítica y empírica superior.

 

REFERENCIAS

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Este documento fue presentado en la Segunda Conferencia Mundial sobre Marxismo, “El marxismo y el mundo actual y China”, Universidad de Pekín, 5-6 de mayo de 2018.

 

An interview with Bryan and Rafferty and the fallacies of ‘financialisationism’: Some comments by Stavros Mavroudeas

An interview with Bryan and Rafferty and the fallacies of ‘financialisationism’: Some comments by Stavros Mavroudeas

Recently, I came across an interview with Dick Bryan and Mike Rafferty for the JACOBIN magazine. The interview concerns their analysis of financialisation and it can be accessed in the following web-address: https://jacobinmag.com/2019/07/financialization-capitalism-with-derivatives-australia.

The interview has the telling title ‘How Finance Exploits Us’. It is not coincidence that a book on financialisation by Costas Lapavitsas carries the same title (Profiting Without Producing: How Finance Exploits Us All’). This similarity is not accidental but denotes deeper common elements of the different theories of ‘financialisation’. In particular, as it will be shown below, this identical titling exhibits their common departure from the Marxist theory of labour exploitation in work towards a theory of expropriation through usury in distribution. It also exhibits their common dissolution of the working class into an inter-class mass of financially expropriated persons. Unsurprisingly, this mass is dominated by the ‘middle-class’ (that is mainly the petty bourgeoisie).

What makes this interview interesting is that it reveals both the (non-dialectical) contradictions and the empirical errors not only of Bryan and Rafferty but of the ‘financialisationists’ in general.

Bryan et al. set out to (a) innovate Marxist economic analysis by focusing on finance and (b) propose a class politics on the basis of their analysis. They fail utterly in both.

Regarding their first point, they consider financialisation – and especially financial derivatives (which is supposed to be the differentiae specificae of their financialisation theory) – as a new era of capitalism. They argue that derivatives constitute a path-breaking innovation in the 21st century similar to that of the joint-stock company in the 19th century. There is a first inaccuracy here. Financial derivatives in capitalism are quite older. Even their recent proliferation and expansion dates back to the 1990s.

But the analytical problems of their approach are even greater than their empirical inaccuracies. They adopt (a) a Neoclassical understanding of profit (as reward for risk-taking) and (b) a Keynesian emphasis on liquidity. Both are alien to and incompatible with Marxism. But, moreover, they are erroneous as they misrepresented the actual working of the capitalist economy.

 

A neoclassical conception: Risk as a source of surplus-value

The gist of their analysis is that risk (embodied in and managed through derivatives) is a source of surplus-value. The following excerpt is characteristic:

‘We contend that risk-absorption is a contribution to capital’s surplus’.

It is well known that Neoclassicism justifies profit as the reward of (entrepreneurial) risk-taking. Marxism has offered a devastating critique of this fallacy.

 

A Keynesian loan: liquidity

Keynes and the Keynesian tradition founded The Liquidity Preference Theory. This maintains that the demand for money stems not from the need to borrow money but from the desire to remain liquid in the face of future risks. Needless to say, this perspective can be easily accommodated with the conception of risk as source of profits. For this reason, the Liquidity Preference Theory has been easily incorporated in the Hicksian synthesis of Keynesianism and Neoclassicism and also in subsequent neoliberal theories (with significant modifications).

Marxism has a totally different perspective from that. Capital (and not everybody as both Neoclassicals and Keynesians maintain) has a tendency to seek fluidity. This means its ability to move easily – particularly in monetary form – from one activity to the other. But this fluidity has a gear: capital wants to move easily from one activity to the other because it is seeking higher profit. And profit, for Marxism, comes from surplus-value (that is new wealth) creation. This constitutes a generic contradiction of capital. On the one hand, it wants to freely move from one surplus-value producing activity to the other in search of higher returns. On the other hand, it is obliged to tie down itself to the production of value (and surplus-value) in specific productive activities. The preference between fluidity and ‘productive bondage’ depends upon profitability. In any case, at least a significant part of capital has to be in production bondage in order for value to be produced. Of course, the more fluid forms of capital are basically the financial ones.

 

Bryan et al. attempt to marry risk and liquidity with Marxism is a total failure. Marxism explains risk and liquidity with reference to value and profit. Marxism has a production centered analysis whereas Bryan et al. adopt the circulation-centered perspective of Neoclassicism and Keynesianism. See, for example the following excerpt:

‘So capital has become liquid, but labor power stays illiquid’

 

Regarding the second task that Bryan et al. set to themselves – namely to offer a class politics for the ‘new era of financial capitalism’ – they fail even more utterly. First, they do not have a Marxist – let alone a coherent – theory of classes. The last sections of their interview are indicative. Ultimately they consider ‘classes’ as income categories. And they adopt the misleading Mainstream non-class term of ‘households’ as their analytical category. These are typical bourgeois conceptions. Needless to say, Marxism has a totally different theory of classes. Despite their denials (‘In Marxism there is an aversion to defining class in terms of income, but we’re not actually doing that’), this is what they are actually doing. The following excerpt is also characteristic:

‘this surplus-generating role reaches significantly into the “middle class.”

Moreover, despite their class rhetoric, they dissolve labour into capital as they argue that labour has become a form of capital, as the reproduction of labor has become in Financialisation a source of surplus-value transfer in the form of interest payments and the ‘financialization of daily life’. With this formulation, Bryan, Martin, and Rafferty suggest that there lies an exploitation that is not confined to unpaid labor-time but extends to usury. This exploitation does not concern only labour but primarily the ‘middle classes’. The following excerpt is telling:

 

‘We are offering an additional perspective on the surplus-producing class, by extending it into how class relations are transformed by capital. We have shown that this surplus-generating role reaches significantly into the “middle class.”

 

Characteristically, Bryan et al. in their empirical study on Australia discover that it is not the lowest-income people (i.e. a proxy for the working-class) that are subject this new capitalist exploitation mechanism through household absorption of risk but the middle-income people. Again, the following excerpt is telling:

‘We’re just saying if you are interested in the way in which household absorption of risk makes capital look profitable, and you look at where the risk is being absorbed, you find that it is not with the lowest-income people because by and large they’re excluded from finance because they can’t get loans.

Not every working-class person is on a low income but who we call a “working class” remains contentious, especially with the rise of fake independent contracting (like the gig economy). We are offering an additional perspective on the surplus-producing class, by extending it into how class relations are transformed by capital. We have shown that this surplus-generating role reaches significantly into the “middle class.”

 

So, in the end and despite their verbose ‘class politics’, value theory bruhaha and workerist declarations (‘capital ripping off labor by shifting risk in a distributional sense’), Bryan et al. end up by recognizing that it is the ‘middle class’ that is primarily exploited in this new era of financialized capitalism. Nice end for the new class warriors!!!

 

The political programme that they propose is totally idiotic. The ‘strategic non-payment of bills that have been securitized’ is a matter for financial pundits but not the central issue of workers’ trade unions. The refusal to repay rent has been a very old part of workers’ struggles and is nothing new. However, this idiotic political programme has a truly catastrophic consequence for the labour movement. It removes its primary focus from struggles in production and work and transposes it to inter-class distributional issues. Moreover, as Bryan et al. accept, these issues concern primarily the ‘middle class’. Thus, they essentially make the working-class the servant of middle-class’ demands. Nice advice to the trade unions Bryan et al. seek to guide!!!

 

The rest of the interview is full of minor errors.

See for example the idiotic declaration that ‘Given that households are where most wealth lies’. This is not sustainable even in Neoclassical terms.

Another blatant error concerns Bryan et al. understanding of the value of labour-power. The value of labor-power is not ‘basically subsistence’ as it encompasses also a social part. And of course, their argument that ‘subsistence is about household illiquidity’ is totally absurd.

The New Reformism of Financialisation

The errors of the Bryan et al. theory of financialisation are typical of the contemporary breed of the New Reformism of Financialisation. This New Reformism comes from many sides. Post-Keynesianism and its Marxisant fellow-travelers (Lapavitsas, Bryan etc.) is one stream. Another one comes from the Rosa Luxemburg Institute with M.Heinrich etc. D.Harvey is a specie-on-its-own who cherry peaks from all these with astonishing lightness and equally astonishing lack of economic coherence.

Rather unsurprisingly, the common themes of this New Reformism of Financialisation are the following.

First, they shift the analysis from the production-centered Marxian circuit of capital to a Mainstream circulationist perspective. Finance becomes the central locus of this circulationism.

Second, they deform the notion of capitalist exploitation by moving it from surplus labour extracted at the production sphere to exploitation in distribution. This move was also made in the past by Marxo-Keynesian (or rather vice versus) theories. However, this time there is a new element. Exploitation in distribution is conducted not only through economic mechanisms but, to a great extent, through political coercion. This is less evident within an economy as there usury is the mechanism of financial exploitation. However, as Bryan et al. argue in this interview, the state plays a crucial role in establishing this mechanism. This primary political mechanism is more evident in the fallacious theory of New Imperialism.

Third, they blur class analysis by dissolving the working class within the middle strata. In order to do this, they abandon the Marxist theory of classes. Thus, they end up by substituting the working class with an almost post-modern social slop (reminiscent of Negri’s ‘multitude’).

Fourth, they deny the existence of a Marxian theory of crisis (let alone one based on falling profitability) and argue that there can be many types of crisis (some of them even argue that each crisis is a special case). But practically, they see every modern crisis as a financial crisis; thus, agreeing with the Mainstreamers.

Fifth, in terms of politics they practically abandon socialism in favour of a vague anti-capitalism. Instead of the independent from the bourgeoisie political organization of the working class they favour inter-class populist programmes than express mainly the demands of the middle and petty bourgeoisie. There ultimate aim is not socialism but a reformed humane capitalism.

 

  1. For a broader critique of the Financialisation Hypothesis and its many currents see the links below:

 

·       Is the Financialization Hypothesis a Theoretical Blind Alley? – World Review of Political Economy

https://stavrosmavroudeas.wordpress.com/2019/01/31/is-the-financialization-hypothesis-a-theoretical-blind-alley-world-review-of-political-economy/

 

·       ‘The Financialisation Hypothesis and Marxism: a positive contribution or a Trojan Horse?’ – S.Mavroudeas, 2nd World Congress on Marxism, Peking University, 5-6 May 2018

https://stavrosmavroudeas.wordpress.com/2018/05/09/the-financialisation-hypothesis-and-marxism-a-positive-contribution-or-a-trojan-horse-s-mavroudeas-2nd-world-congress-on-marxism-peking-university-5-6-may-2018/

 

·       ‘Financialisation Hypothesis: a creative contribution or a theoretical blind alley?’, QMUL lecture video-recording

https://stavrosmavroudeas.wordpress.com/2018/11/24/qmul-lecture-video-recording/