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‘Work Intensity and Value Formation’, Ioannides A. & Mavroudeas S., Science & Society Vol. 85, No. 1

In the forthcoming issue of Science & Society it is included a paper by Alexis Ioannides and Stavros Mavroudeas commenting on a recent contribution by Hernandez and Deytha.

The full reference of the paper is:

Ioannides A. & Mavroudeas S. (2021), ‘Work Intensity and Value Formation: Comments on Hernández and Deytha’, Science & Society Vol. 85, No. 1

The link for the Science & Society issue is the following:

https://guilfordjournals.com/toc/siso/85/1

Appearing quarterly since 1936, Science & Society is the longest continuously published journal of Marxist scholarship, in any language, in the world.

Science & Society is a peer-reviewed interdisciplinary journal of Marxist scholarship. It publishes original studies in political economy and the economic analysis of contemporary societies; social and political theory; philosophy and methodology of the natural and social sciences; history, labor, ethnic and women’s studies; aesthetics, literature and the arts. We especially welcome theoretical and applied research that both breaks new ground in a specific discipline, and is intelligible and useful to non-specialists.

Science & Society does not adhere to any particular school of contemporary Marxist discussion, and does not attempt to define precise boundaries for Marxism. It does encourage respectful attention to the entire Marxist tradition, as well as to cutting-edge tools and concepts from the present-day social science literatures.

Intervista al professore ed economista Stavros Mavroudeas – VOX POPULI

https://revolucionvoxpopuli.wordpress.com/2019/12/22/intervista-a-economista-stavros-mavroudeas/

http://bollettinoculturale.blogspot.com/2019/12/intervista-al-professor-stavros.html

 

 

domenica, 22 dicembre, 2019

Intervista al professore ed economista Stavros Mavroudeas

Stavros Mavroudeas, nato nel 1961, è un economista marxista greco, professore di economia politica all’Università della Macedonia di Thessalonìki. Si occupa di economia politica marxista, storia del pensiero economico, lavoro e sviluppo economico. Nei suoi lavori affronta temi che spaziano dall’integrazione europea, l’analisi dell’economia greca alla critica degli economisti postmoderni.
Tra gli economisti marxisti più influenti del suo paese, i suoi studenti sono molto attivi nelle organizzazioni politiche e sindacali greche di sinistra.
Abbiamo avuto l’occasione di porgli alcune domande, di seguito l’intervista da me condotta al professor Mavroudeas.

 

  1. Parliamo di Europa innanzitutto, e della speculare condizione greca, filtro delle sue contraddizioni strutturali. Lei si contraddistinse nel 2016 per la famosa lettera contro SYRIZA, indicato come soggetto volto falsamente al cambiamento. In particolare, accusa Syriza di aver negoziato con l’UE, accettando così la logica e la struttura del programma della Troika. Le condizioni che andavano allora a profilarsi e che Lei lucidamente ha preconizzato consistevano nell’analisi del Piano di Salvataggio per la Grecia , dove si giocavano gli interessi di due grossi blocchi economici, quello europeo e quello americano. In particolare, se il primo temeva un taglio del debito, essendo favorevole ad una rinegoziazione sui termini di scadenza e sugli interessi, il secondo avrebbe favorito il taglio netto del debito al fine di garantirsi blocco egemone economicamente (sfruttando l’influenza del deleveraging globale e del debt’s haircut sui tassi di interesse ufficiali dell’UE) e politicamente. Secondo sempre la sua lettera, la costrizione alla gabbia d’acciaio dell’austerity fu il risultato della mediazione di tali interessi. Quanto ora influisce questa decisione strategica presa al momento del Piano di Salvataggio e quanto la Grecia può dirsi campo contemporaneo di mediazione – e speculazione irresponsabile – tra gli interessi dell’Europa del fiscal compact e del neoliberismo di Maastricht e di Lisbona e la nuova politica di potenza americana sotto la dottrina Trump?

La tragedia contemporanea della Grecia ha due mandanti maggiori e uno minore. Il mandante minore è la borghesia greca, che è entrata nel progetto d’integrazione imperialista europeo aspirando a un suo futuro elevamento nella piramide dell’imperialismo attraverso la sua collaborazione coi più avanzati capitali europei occidentali. Questa “grande idea” si è ritorta contro terribilmente siccome i suoi obiettivi erano molto impegnativi e il capitale greco non avrebbe potuto affrontare questa sfida. L’eruzione della crisi capitalista mondiale nel 2008 (una crisi di contrazione della profittabilità) e il conseguente disastro greco del 2010 (che è apparso come una crisi fiscale benché fosse causato da sia la caduta del profitto del capitale greco e sia dal suo sfruttamento imperialista dai più sviluppati capitali europei occidentali) pose fine a questa “grande idea” e fece retrocedere il capitalismo greco nella piramide dell’imperialismo internazionale. Naturalmente, il popolo greco paga il prezzo per questo fallimento.

Ad ogni modo, quello greco è un capitalismo a medio-livello e anche un’economia subimperialista. Quest’ultimo fatto significa che, nonostante possa sfruttare economicamente dei capitalismi meno sviluppati nelle aree adiacenti (e.g. i Balcani), è soggetta al dominio imperialista da parte dei capitalismi più sviluppati. Nel dopoguerra, erano due i maggiori dominatori imperialisti della Grecia. Il primo sono gli Stati Uniti, che assunsero questo ruolo dalla Gran Bretagna nel mezzo della guerra civile greca. Il secondo è l’agglomerazione dei capitali dell’Europa occidentale che forma le basi dell’Unione Europea; con le contraddizioni e i conflitti che esistono fra di essi. Quando il progetto dell’integrazione europea era sotto gli auspici dell’UE (approssimativamente fino agli anni Ottanta), gli Stati Uniti lasciarono il primato all’UE nelle faccende economiche, per quanto mantenessero l’egemonia geopolitica nel complesso. Quando i capitali europei tentarono di approfondire la loro integrazione, si espansero e infine sfidarono l’egemonia statunitense tanto che l’intesa menzionata precedentemente andò a pezzi. La crisi del 2008 ha intensificato la rivalità fra costoro, e la crisi capitalista greca divenne uno dei campi su cui ebbe luogo il braccio di ferro fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

L’ex premier greco Alexis Tsipras con l’allora direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde

All’inizio della crisi entrambe le egemonie concordarono sulle politiche di austerità dei Programmi di Aggiustamento Economico della trojka. I rappresentanti delle due egemonie (il FMI per gli Stati Uniti e la BCE e l’Unione Europea per gli europei) hanno avuto un’uguale influenza nel processo decisionale della trojka. Tuttavia, i rischi economici erano diseguali siccome i prestiti europei erano maggiori e meno sicuri di quelli del FMI. Inoltre, quando l’urgenza della fase iniziale della crisi era passata, emersero delle strategie diverse e opposte tra gli USA e l’UE. I primi posero sul tavolo il tema della ristrutturazione del debito, che la seconda tentò di evitare. Per di più, le significative differenze si fusero tra le condizioni e le proposte politiche del FMI e della controparte europea. In sintesi, la Grecia divenne uno dei campi di battaglia delle rivalità fra USA e UE. Lentamente, il FMI iniziò a distaccarsi dal fallimento della Grecia; la presidenza Trump esasperò l’unilaterità e l’aggressività degli Stati Uniti. Ciò ha portato oggi nel pagamento in anticipo dei prestiti del FMI e la sua assunzione per il ruolo di consigliere. Dall’altro lato, e ironicamente, benché gli europei sostenessero la maggior parte dei prestiti e dei rischi, è stato il capitale statunitense che ha fatto le maggiori incursioni nell’economia greca.

La borghesia greca prova a equilibrarsi tra i suoi due padroni imperialisti. Per un verso, è parte dell’UE ed è soggetta ai suoi dettami; in particolare le è stato conferito il degradato titolo di uno stato praticamente fallito. Dall’altro, gli USA hanno una posizione economica molto forte in Grecia e inoltre è il cruciale fattore geopolitico e militare nella rivalità regionale greco-turca. Indicativamente, il governo di SYRIZA si è legato sfacciatamente agli Stati Uniti ma si è tirato indietro dall’accordare col FMI la richiesta di questo per uno scarto di garanzia del debito (debt haircut). Finché aumenta la rivalità fra Stati Uniti e Unione Europea – e l’attuale rallentamento dell’economia globale la inasprisce sempre più – allora la borghesia greca sarà in una posizione terribilmente difficile, siccome dovrà decidere da che parte stare.

  1. SYRIZA ha dato la dimostrazione di non esser riuscita a fronteggiare i portatori di interesse europei sin dai primi colloqui con la Commissione del Piano di Salvataggio: durante questo periodo l’ostracizzazione di Varoufakis è stata la grande incognita da esplicare per il marxismo europeo (non che Varoufakis fosse un pensatore marxista ovviamente, ma ai tanti interessava dal punto di vista prescrittivo). Cos’è successo veramente, perché Tsipras cacciò l’uomo che poteva dare la parvenza di essere il professionista del partito e l’inflessibile riguardo le faccende europee? Varoufakis fu vittima di Tsipras, dell’Europa o di una possibile sua inconcludenza?

Non ha mai smesso di meravigliarmi l’interesse che continua ad esistere nella sinistra occidentale su Varoufakis. È sia una questione di disorientamento politico e ideologico e/o sia di disinformazione. In Grecia oggi è evidente che lui e il suo personale feudo politico (la caricatura di un partito chiamata MERA 25) non siano parte della sinistra. Egli è un tremendo opportunista e anticonformista. In teoria lui è un keynesiano moderato; ma cambia maschera a seconda del pubblico a cui si rivolge. È persino stato detto che lui fosse un marxista (sic!) eccentrico, benché sia troppo eccentrico e conservatore per essere marxista. Ha collegamenti molto noti con l’establishment liberale statunitense, e come ministro delle Finanze è stato d’accordo con l’80% del programma della trojka. Le sue tattiche di negoziato con l’Unione Europea furono un completo disastro: semplice posa politica e un mettersi in mostra di persona senza alcuna seria direzione strategica. Il suo partito è un feudo personale che rappresenta gli strati della borghesia piccola e media, i quali sono socialmente radicali e politicamente conservatori. Ha raggruppato altri arrivisti e opportunisti politici con cui ha poco in comune oltre alle ambizioni personali. Esiste sostanzialmente attraverso i media sociali e, naturalmente, non ha alcun radicamento nei movimenti di massa.

È stato arruolato nella compagine di SYRIZA quando questa si stava preparando ad ottenere il governo, pressoché un fulmine a ciel sereno. La ragione principale per cui Tsipras lo ha imposto personalmente all’equipe economica precedente era il supporto internazionale di Varoufakis da parte dei circoli dell’establishment liberale statunitense. Come ministero delle Finanze Varoufakis si è dimostrato molto egocentrico e ha giovato per nulla sia a SYRIZA sia ai propri sostenitori internazionali. Complessivamente, ha fatto di più per sé stesso che per i suoi colleghi e finanziatori. Per questo motivo, una volta che SYRIZA aveva compreso che gli Stati Uniti la stavano usando nel loro braccio di ferro con l’Unione Europea e non stava insistendo seriamente per uno scarto di garanzia del debito (debt haircut), il valore d’uso di Varoufakis si era esaurito. Inoltre, il suo atteggiamento fiammeggiante lo ha reso un sacrificio appropriato per la necessaria capitolazione alla trojka. Varoufakis tentò di sistemarsi nella nuova situazione – aveva persino votato per una prima versione del terzo programma di austerità – ma ormai era troppo tardi. Peraltro, sembra che avesse esaurito il suo valore d’uso anche per i suoi finanziatori stranieri siccome si era dimostrato essere troppo egocentrico e incompetente per i processi decisionali. L’unica cosa per la quale, al momento, egli è utile, è come strumento politico (e fondamentalmente elettorale).

Gianis Varoufakis

  1. Lo stesso fu protagonista di una querelle quasi cinematografica, che pose il problema di come poter reagire se il sistema bancario e le autorità monetarie voltano le spalle ad un governo in carica, bloccando i meccanismi di creazione e trasferimento della liquidità che regolano ogni giorno l’economia? Da qua la questione del segretissimo piano B narrata dal giornale greco Kathimerini, quando Varoufakis decise di coinvolgere un docente di Information Technologies alla Columbia University, per hackerare il sistema informatico dell’Agenzia Fiscale Greca e ottenere il controllo della piattaforma. Egli voleva utilizzare una infrastruttura elettronica per trasferire il denaro tra i greci in caso di emergenza, come ammette chiaramente Varoufakis, creando un sistema bancario parallelo quale sistema di pagamento capace di tener in regime di marcia l’economia for a little while. Questa misura non venne mai approvata, e secondo la nostra sensibilità economica (comunque limitata) poteva volgere da soluzione tampone: secondo lei una strategia del genere aveva senso d’esistere?  O meglio, aveva una possibilità di validità applicativa?

Prima chiariamo le cose.

Il cosiddetto piano X di Varoufakis era semplicemente un’idea. Ironicamente, pure i suoi più vicini colleghi hanno tradito il fatto che non è mai esistito come piano operativo. L’idea di base era di organizzare un sistema pubblico che potesse recuperare direttamente i pagamenti per i cittadini per coprire i loro versamenti allo stato. Questo sarebbe stato indipendente dal sistema bancario, che era grosso modo controllato dalla BCE attraverso la Banca di Grecia. Dunque, questo sistema pubblico avrebbe potuto evolversi dal fare versamenti dallo stato e così provvedere un alternativo sistema di pagamento. Un tale meccanismo necessitava tempo per essere organizzato. Può dare dei gradi limitati di libertà dall’UE e dalla BCE. Tuttavia, non può resistere se confrontato al sistema finanziario principale. Nel migliore dei casi può sostenere le solvenze fiscali dello stato per un periodo limitato. Concludendo, questo piano avrebbe potuto possibilmente guadagnare un po’ di tempo – se fosse stato operativo – contro le pressioni dell’UE. Ma infine sarebbe crollato finché sarebbe rimasto all’interno dell’Unione Europea.

In conclusione, quest’idea di Varoufakis era un altro numero di sconclusionata prestidigitazione. Di più, non è mai stato formalmente accettato da SYRIZA perché temeva di fare pure in questo modo.

Tuttavia, l’idea di usare una valuta parallela in un programma di sinistra di disimpegno con l’Unione Europea e di transizione socialista può essere utile. L’economia di un paese che si rivolta contro l’ordine imperialista mondiale affronterebbe una pressione internazionale spietata. Ciò probabilmente significherebbe che sarebbe stata tagliata fuori dalle valute internazionali necessarie per comprare i beni esteri indispensabili. In un caso simile, la nazione in rivolta avrebbe bisogno di custodire e usare con prudenza qualsiasi riserve estere abbia. In tali circostanze, la creazione di due valute parallele – una per le transazioni estere e una per le transazioni interne – è uno strumento ben noto. L’Unione Sovietica (e anche Cuba ed altri) l’hanno usato. Ovviamente, ci sono altri strumenti che possono essere usati unitamente o a sé stanti (e.g. tassi di cambio multipli). La sinistra rivoluzionaria greca ha discusso simili idee come parte di un programma di transizione. Comunque, questi strumenti possono funzionare solo fuori dall’UE e dalla sua Unione Economica e Monetaria. Sono inutili se vi si rimane incatenati.

 

  1. Riferendoci alla domanda precedente, non possiamo esimerci da ricordare i recenti dibattiti sulle difficoltà in merito all’uscita dall’UE (sempre questa sia possibile) e porLe un paio di domande in merito. L’articolo suo e di Sergio Cesaratto presente sul sito italiano SinistrainRete descrive come sulla Grecia sia stata spacciata dalle istituzioni europee la favola di una ripresa economica data dalla rigida austerity (prescritta prima sotto la supervisione della troika, ora sotto la supervisione del MES), portandovi ad una conclusione unanime: non si può rettificare il fallace modello produttivo greco imposto dalle conseguenze dell’adesione del mercato unico europeo, se non all’esterno dell’attuale UE. L’UE quindi, secondo lei, è completamente irriformabile? Se sì, quanto gravi sono i rischi stimati per uscirne secondo le sue stime, sia per la Grecia che per l’Italia?

L’integrazione europea è un progetto imperialista. Questo è il suo DNA. È stata creata come tale; e più in particolare come l’ossatura economica e politica dell’Occidente in Europa di fronte al blocco orientale. A quei tempi, era sotto gli auspici degli Stati Uniti. Si è evoluta in un polo imperialista separato essenzialmente dopo il collasso del blocco orientale; nonostante questa tendenza vi era già latente da prima. Il suo meccanismo economico si fonda sullo sfruttamento (economico) imperialista dei paesi meno sviluppati. Il suo bilancio politico è ugualmente lugubre. Le élite e le grandi multinazionali dominano le sue funzioni.

Questo progetto imperialista non può essere riformato. Ciò è un mito solo per idioti. Ha galleggiato per diversi decenni – si rammenti la blatera euro-comunista – ed è stata sconfessata dalla realtà.

Inoltre, questo progetto oggi è in crisi profonda. Non riesce ad opporsi al suo principale avversario, gli Stati Uniti. È martoriata da problemi e contraddizioni interne. A causa di queste, è addirittura più pericolosa, siccome essa tenta di risolvere i propri problemi mettendone il fardello sulle spalle dei popoli d’Europa e di altre aree.

Per paesi come la Grecia e l’Italia liberarsi dalle catene dell’UE è davvero molto difficile. Non può certamente esser fatto in modo facile siccome il tremante castello di carte dell’Unione Europea non si può permettere anche divorzi minori. Teme che questo potrebbe generare un effetto domino e portare alla sua totale disintegrazione. Per questa ragione, reagisce così violentemente contro qualsiasi minaccia. Nondimeno, per i popoli d’Europa – e segnatamente per quelli delle nazioni periferiche – non c’è altra via alla lotta per districarsi da quest’edificio reazionario. È la sola possibilità per raggiungere un futuro migliore; se non per costoro, almeno per i loro figli.

  1. Si è ipotizzato in diverse sedi al di fuori delle istituzioni di rendere europeo il settore bancario ponendo una camera di compensazione comune in modo tale da riuscire a riequilibrare le profonde sperequazioni tra le economie dei stati membri.  Si è spesso speculato in merito ad un programma comune alla lotta contro la povertà suffragato da politiche fiscali centralizzate e alla soppressione degli statuti deleteri, quali quelli afferenti alle politiche di mantenimento del tasso di disoccupazione naturale (Trattati di Lisbona in primis). Pensa che possano essere delle misure funzionali ad un programma di radicale trasformazione dell’Unione Europea e, perché no, rivoluzionario, oppure siano solo una pia illusione? Si è anche spesso parlato di monete alternative valide solo entro i confini nazionali. In Italia tale argomento è stato spacciato per il programma politico della destra sui mini bond, “moneta” non a corso forzoso data dalla cartolarizzazione di nuovo debito: oltre alle facili strumentalizzazioni politiche, la via di una moneta alternativa e parallela all’euro è una strada percorribile (revisionando ovviamente i trattati europei relativi alla caratteristiche della moneta unica) secondo lei?

Ci sono molte proposte da prospettive borghesi che provano a risolvere alcuni dei problemi e contraddizioni crescenti dell’UE. La creazione di un’unione bancaria (cioè di un meccanismo di supervisione e di assicurazione dei depositi comune) che unificherebbe i sistemi bancari dei paesi membri e renderli più stabili. Un’altra proposta sono le obbligazioni comuni comunitarie (che renderebbero identici i costi dei prestiti). Un problema di tutte queste proposte è che obbligano l’euro-nucleo dominante a pagare. Ma il reale progetto dell’integrazione europea è stato creato da questi per stare molto meglio. Per questa ragione, queste proposte affrontano la loro risoluta opposizione. Solo in alcuni casi (e.g l’unione bancaria) sono stati presi alcuni passi limitati e sostanzialmente cosmetici.

Riguardo alla proposta dei mini-bot, io non la considero seria. Sostanzialmente, assomiglia al piano X di Varoufakis e risente degli stessi problemi e delle stesse mancanze. Ci ho fatto riferimento in una domanda precedente.

  1. Oltre all’Europa del fiscal compact e della trappola dei cofinanziamenti, impossibili da spendere con tempestività per l’Italia, rischio la procedura d’infrazione, c’è ancora la speranza di un progetto europeo?

Come ho detto prima, non penso che ci possa essere un progetto comune di un’Europa sociale all’interno della cornice dell’UE.

Ma anche, ritengo che sia altamente improbabile che emerga un movimento comune europeo che porti in un’altra direzione. La lotta nei vari paesi europei è molto differenziata e dimostra livelli molto disuniformi. Di conseguenza, in ogni paese la lotta di classe – e in questa, la lotta per il rilascio dall’Unione Europea – prenderà il proprio percorso e i propri tempi.

  1. Ritiene credibile il programma euroscettico di gruppi politici comunisti o di sinistra come KKE e France Insoumise?

In Italia, la piattaforma Eurostop, ad esempio, adotta il progetto euromediterraneo di ALBA del professore marxista Luciano Vasapollo, conosci e credi che questa opzione sia credibile?

Che io sappia, ci sono diverse posizioni

Il KKE greco ha una posizione terribilmente ipocrita. Sostiene che svincolarsi dall’UE sia insignificante perché ci sarebbe ancora il capitalismo. Così, praticamente pronuncia l’assurda argomentazione che prima si raggiunga il socialismo e poi si lasci l’Unione. Ovviamente, aggira ipocritamente l’argomentazione per cui non si possa costruire il socialismo a meno che non si sia fuggiti prima dall’UE. Il KKE adotta oggi questa posizione (al contrario delle sue precedenti posizioni storiche sullo sganciarsi dall’UE) non per idiozia ma per conformismo politico. Conosce molto bene che le posizioni anti-europee sono un anatema per la borghesia greca e il KKE non intende affrontare la sua collera dal momento che si è ben stabilito nel sistema politico ufficiale. Marx scrisse che alla Chiesa d’Inghilterra non interessava che si mettessero in discussione 99 su 100 dogmi di fede, ma comunque diventava feroce se si metteva in discussione l’1% delle sue proprietà. Il KKE preferisce vociare di grandi dichiarazioni di sinistra, ma si astiene dall’affrontare gli elementi cruciali del sistema borghese.

La posizione di France Insoumise è diversa ed è tipica di un euroscetticismo miope che non può sfidare l’UE. Tutti questi euroscettici di sinistra affermano che ci sia un’alternativa progressista se si lasci l’Unione Monetaria Europea ma si rimanga all’interno dell’UE (ovvero il mercato comune e le strutture politiche). Questa è una posizione estremamente stupida – se non ipocrita. Il nucleo dei meccanismi imperialista e di sfruttamento economico dell’integrazione europea risiede nel mercato comune. L’euro è un aspetto complementare. Inoltre, il meccanismo politico dell’integrazione europea ha nei propri geni prerogative borghesi.

Infine, riguardo alle proposte come quella di L. Vasapollo, penso che sono troppo buone per essere vere. Come ho detto prima, la lotta di classe e la coscienza politica della classe lavoratrice e degli strati popolari è molto diversa e diseguale persino nei paesi euro-mediterranei. Dunque, le loro traiettorie sono abbastanza differenti e non facili da far convergere, perciò non vedo come attuabile – almeno per il momento – un tal progetto.

  1. Nel 2004 lei pubblica un testo quasi introvabile in Italia, ‘Forms of existence of abstract labour and value-form’. Potrebbe darci una visione della sua interpretazione della teoria marxiana del valore in relazione alle nuove scuole di studio (come la TSSI, la SSS o, più vicina a noi, la Neue Marx Lektüre cominciata da Rubin e Pašukanis e terminata nei lavori di Reichelt e Backhaus)?

Questa è una grande questione e non le si può rispondere qui. Darò solo alcuni accenni.

Considero che l’essenza del valore sia il lavoro astratto. Quest’ultimo si definisce nella sfera della produzione e – ad un primo livello – indipendentemente dal denaro. Naturalmente, nel suo pieno sviluppo, il lavoro astratto si esprime attraverso l’equivalente generale (cioè il denaro). Per questo motivo, sostengo che la distinzione di Marx tra misura interna del valore (ovvero il lavoro) e la misura esterna del valore (ovvero il denaro) sia corretta. Pertanto, i metodi che identificano direttamente il lavoro astratto con il denaro (come la New Solution al problema della trasformazione, o i teorici della forma-valore) sono errati.

Sono totalmente in disaccordo con la Neue Lektüre e i tentativi di M. Heinrich. Anche costoro identificano il valore astratto col denaro. Inoltre, malinterpretano Marx del tutto argomentando o che non avesse una Teoria del Lavoro Socialmente Necessario (come ha scritto il loro solito divulgatore D. Harvey) oppure che avesse una teoria monetaria del valore. In primo luogo, è stato dimostrato, non solo da me ma anche da altri, che la loro analisi non ha nulla a che vedere con Pašukanis e soprattutto Rubin. Rubin ha affermato esplicitamente che l’essenza del valore è il lavoro astratto e può essere concepito indipendentemente dal denaro. La Neue Lektüre e i suoi simpatizzanti stanno commettendo una terribile misinterpretazione delle sue opinioni. Da secondo, il discorso su una teoria del valore monetaria è assurda e porta, in ultima istanza, all’abbandono del concetto di valore come ridondante. La prima cosiddetta “Scuola di Rubin” (Benetti, Cartelier ecc.) ha seguito questa via. Pure i teorici della forma-valore hanno fatto lo stesso. Inoltre, gli autori della Neue Lektüre dimostrano un’incredibile ignoranza del funzionamento reale dell’economia capitalistica e semplicemente si occupano di dubbie interpretazioni filologiche delle opere di Marx. Nel complesso, ritengo che la Neue Lektüre faccia un grave disservizio al marxismo. Essa lo disintegra come sistema coerente. E i suoi connotati politici sono ugualmente disastrosi: porta il marxismo a essere servo del riformismo borghese.

Infine, per ciò che concerne il TSS, non mi trova d’accordo per il modo con cui cronometra il modello.

  1. Ritiene credibile l’opposizione all’UE delle organizzazioni sovraniste come la Lega di Salvini?

Dunque, ritengo che in diversi capitalismi europei più sviluppati (non in Grecia) ci siano forti frazioni delle loro borghesie che sono deluse dal corso dell’integrazione europea. Più in particolare, sono irritate dal crescente potere della Germania e dalla cerchia di economie che ha attorno. Queste sono le forze principali dietro Le Pen e Salvini. Queste forze aspirano a qualche altra alleanza internazionale e solitamente guardano verso gli Stati Uniti (vedi ad esempio Boris Johnson). In tal senso potrebbero essere leali nel contesto del loro conflitto con l’UE. Possono anche raggiungere una qualche forma di compromesso (temporaneo o meno).

In ogni caso questa è una via diversa – e pure rivale – a quella della sinistra e del popolo. Il loro corso è per un capitalismo strutturato diversamente, e i costi per questa trasformazione saranno pagati dalla classe lavoratrice e dal popolo. La strada della sinistra dovrebbe essere lottare per emanciparsi dall’UE come primo passo necessario per l’edificazione del socialismo.

  1. Come giudica la recente vittoria del centrodestra in Grecia e quali conseguenze ci saranno nel rapporto del suo paese con le istituzioni europee?

SYRIZA, col suo opportunismo e la sua subordinazione agli interessi borghesi, ha spianato la via per la grande vittoria recente di Nea Dimokratia. Questo governo di destra procede con politiche molto aggressive. In termini di politica economica non c’è alcuna differenza rilevante tra SYRIZA e ND. Le direzioni delle politiche economiche in Grecia sono dettate dal Programma di Aggiustamento Economico. La sola cosa che sia il precedente governo che quello attuale possono fare è ridistribuire parte del cosiddetto super-surplus (ovvero denaro cruento rubato al popolo e accumulato per gli obiettivi del Programma). Sia SYRIZA che ND hanno concesso sgravi fiscali al capitale. La sola differenza fra loro è che SYRIZA ha tassato la piccola borghesia e l’alta classe lavoratrice e ha dato qualche briciola al precariato. ND cambia dando qualche briciola alla piccola borghesia e all’alta classe lavoratrice.

Per le questioni politiche e istituzionali, ND procede con cambiamenti reazionari di vasta portata (privatizzazioni, repressione poliziesca, leggi sui sindacati, aziendalizzazione dell’istruzione, ecc). Ciò ha già indotto reazioni popolari di massa. Per la prima volta, dopo la stagnazione sotto SYRIZA, ci sono ancora mobilitazioni e manifestazioni di massa in Grecia.

Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis col segretario di stato statunitense Mike Pompeo

La situazione economica è sul filo del rasoio. Non c’è alcun recupero reale dalla crisi e l’economia vive di droghe. Il problema del debito rimane ingente. Oltre alle cause interne, un nuovo crollo dell’economia mondiale ridurrebbe l’economia greca in polvere.

In tali condizioni, l’UE da un lato accoglie parzialmente le politiche di ND, tuttavia dall’altro, emana avvertimenti severi ed esercita pressioni. Vuole evitare di dover far fronte a un problema italiano assieme a un problema greco, per esempio. Ma non intende lasciare la Grecia libera siccome altrimenti creerebbe un cattivo esempio per gli altri, e allora nuovi problemi.

Gli Stati Uniti giocano le proprie carte sia in un fronte imprenditoriale ma anche in uno geopolitico esercitando la propria influenza nella rivalità greco-turca.

— Intervista a Stavros Mavroudeas condotta dal Bollettino Culturale e C. Elia

 

Interview in Press TV News on the ominous signs of a coming new recession 14-8-2019

This is an interview in Press TV News (Stavros Mavroudeas & Steve Keen) on the recent turmoil in financial markets and the ominous signs of a coming new recession in the world economy. With Stev Keen we agreed that the gist of the matter are the unresolved causes of the 2008 crisis. However, we disagreed on its causes (Steve attributing it to deficient demand and private debt, me emphasising the falling profitability). We also disagreed on the subsequent measures used to surpass the 2008 crisis. Steve argued that Quantitative Easing is working, that public deficits do not matter and that the premature withdrawal of QE leads to the current turmoil. I argued that QE is not a remedy to falling profitability and problems in real accumulation. It alleviates part of the private debt but it cannot generate a recovery as profit rate falters. I also argued that public deficit matters as it becomes unsustainable and a burden to capital accumulation. More generally, I argued that when the real economy if ill (in marxist terms meaning a falling profitability) then monetary means cannot solve, in the long-run, the problem. Overall, this exchang is indicative on the differences between the Marxist and the post-Keynesian analysis.

Αυτή είναι μια συνέντευξη στο κεντρικό δελτίο ειδήσεων του Press TV που έδωσα μαζί με τον γνωστό μετα-Κεϋνσιανό οικονομολόγο Steve Keen σχετικά με την πρόσφατη αναταραχή στις διεθνείς χρηματοπιστωτικές αγορές και τα δυσοίωνα σημάδια μιας επερχόμενης νέας ύφεσης στην παγκόσμια οικονομία. Με τον Steve Keen συμφωνήσαμε ότι η ουσία του θέματος είναι τα ανεπίλυτα αίτια της κρίσης του 2008. Ωστόσο, διαφωνήσαμε για τα αίτιά της (ο Steve το αποδίδει σε ελλιπή ζήτηση και ιδιωτικό χρέος, ενώ εγώ υποστήριξα ότι οφείλεται στην πτώση της κερδοφορίας). Επίσης, διαφωνήσαμε σχετικά με τα επακόλουθα μέτρα που χρησιμοποιήθηκαν για να ξεπεραστεί η κρίση του 2008. Ο Steve υποστήριξε ότι η ποσοτική χαλάρωση (QE) λειτουργεί, ότι τα δημόσια ελλείμματα δεν έχουν σημασία και ότι η πρόωρη απ;osyrsh του QE οδηγεί στην σημερινή αναταραχή. Υποστήριξα ότι το QE δεν αποτελεί θεραπεία για την πτώση της κερδοφορίας και τα προβλήματα στην πραγματική συσσώρευση. Ανακουφίζει μέρος του ιδιωτικού χρέους αλλά δεν μπορεί να δημιουργήσει ανάκαμψη καθώς το ποσοστό κέρδους μειώνεται ή/και δεν είναι επαρκές. Υποστηρίζω επίσης ότι το δημόσιο έλλειμμα δεν είναι αδιάφορο θέμα καθώς καθιστά μη διατηρήσιμη και επιβαρύνει τη συσσώρευση κεφαλαίου. Γενικότερα, ισχυρίστηκα ότι όταν η πραγματική οικονομία είναι «άρρωστη» (πράγμα που από μαρξιστική άποψη σημαίνει πτώση της κερδοφορίας) τότε τα νομισματικά μέσα δεν μπορούν να λύσουν, μακροπρόθεσμα, το πρόβλημα. Συνολικά, αυτή η ανταλλαγή απόψεων είναι ενδεικτική των διαφορών μεταξύ της Μαρξιστικής και της μετα-Κεϋνσιανής ανάλυσης.

‘Competing Explanations and Strategies for the Greek Crisis and the Question of the Productive Model’, Stavros Mavroudeas

https://www.routledge.com/Greece-in-the-21st-Century-The-Politics-and-Economics-of-a-Crisis/Fouskas-Dimoulas/p/book/9781857438673#toc

I have contributed a chapter titled ‘Competing Explanations and Strategies for the Greek Crisis and the Question of the Productive Model’

The outline of my chapter is the following.

The Greek crisis that erupted in 2009 is part of the 2007-8 global capitalist crisis. The latter is the first major crisis of the 21st century and, because of its structural nature, it has long-term repercussions. Its structural nature is expressed in the feeble recovery after the crisis, the ‘double dip’ that followed and the fears for a future return of the recession. Another crucial repercussion is the eruption of several regional crises of which the crisis of the Eurozone (with Greece at its centre) is the most significant.

The Greek crisis was expressed as a debt crisis (that is a disequilibrium in the sphere of circulation) although, as this paper will argue, its causes are deeper and lay in the sphere of production. In any case, and irrespective of different explanations, it is nowadays unquestionable that this crisis goes hand in hand with destructive processes in the sphere of production. It is evident that the current Greek productive model – with the shrinkage of the primary sector, the growing deindustrialization and the bubble of services – has failed and it is not sustainable. Thus, all competing strategies for surpassing the crisis have offered proposals about restructuring the Greek production model. Notwithstanding, these proposals differ widely as they represent different understandings of the Greek crisis and they reflect different socio-economic interests. In each of these strategies productive restructuring holds a different role. For example, those explanations that consider the Greek case simply as a debt crisis, that is a crisis in the sphere of circulation alone that only subsequently affected the sphere of production, attribute to productive restructuring a secondary role behind the primary role of securing debt viability. They, more or less, purport that if the latter is solved then productive restructuring would follow suit. On the contrary, if the causes of the crisis are posited in the sphere of production, as Marxist approaches that focus on the tendency of the rate of profit to fall maintain, then productive restructuring assumes the primary role.

The next section presents the main competing explanations of the Greek crisis and how they confront the problem of the productive model. The third section analyses the strategies that emanate from them the strategies and what role has productive restructuring within them. Its last sub-section acts as conclusions by proposing a strategy of disengagement from the EU.

 

The table of contents of the volume is the following:

Table of Contents

Introduction and Acknowledgments – What’s in the Greek Cauldron?

Vassilis K. Fouskas and Constantine Dimoulas

1 Eurozone Authoritarianism and the Neoliberal Project in Greece and Southern Europe

Kees van der Pijl

2 Sovereign Debt or Balance of Payments Crisis? Exploring the Structural Logic of Adjustment in the Eurozone

Matthias Kaelberer

3 Greece and the Crisis of the Eurozone: A Structural Analysis

Leila Simona Talani

4 Is There Really a Eurozone Crisis?

Turan Subasat

5 Competing Explanations and Strategies for the Greek Crisis and the Question of the Productive Model

Stavros Mavroudeas

6 Internal Devaluation and Hegemonic Crisis (2010-16)

Elias Ioakimoglou

7 The ‘Politics of Fulfilment’ as a Preliminary for the Making of a Precarious State in Greece

Maria Markantonatou

8 The Political Effects of the Greek Economic Crisis: The Collapse of the Old Two-Party System

Alexander Kazamias

9 Blaming the Other: An Inquiry into the Cultural and Political Preconditions of the Greek Crisis

Tolis Malakos

Pre-anouncement of the publication of ‘Greek Capitalism in Crisis – Marxist Analyses’

This is a pre-anouncement of the publication of ‘Greek Capitalism in Crisis – Marxist Analyses’.

http://www.routledge.com/books/details/9780415744928/

Greek capitalism Routledge

 

 

 

 

 

 

The volume editor is Stavros Mavroudeas.

Its contents are the following:

INTRODUCTION (Stavros Mavroudeas)

PART I: Critiques of mainstream and heterodox analyses of the Greek problem

  1. Mainstream accounts of the Greek crisis: more heat than light? (Stavros Mavroudeas and Dimitris Paitaridis)
  2. Fiscal crisis in Southern Europe: Whose fault? (Thanasis Maniatis)
  3. Explaining the rising wage-productivity gap in the Greek economy (Thanasis Maniatis and Costas Passas)
  4. The Memoranda: a problematic strategy for Greek capitalism (Demophanes Papadatos)
  5. ‘Financialisation’ and the Greek case (Stavros Mavroudeas)

PART II: Marxist explanations of the Greek crisis

  1. The Law of the Falling Rate of Profit and the Greek economic crisis (Thanasis Maniatis and Costas Passas)
  2. Profitability and crisis in the Greek economy (1960-2012): an investigation (George Economakis, George Androulakis and Maria Markaki)
  3. The Greek crisis: a dual crisis of overaccumulation and imperialist exploitation (Stavros Mavroudeas and Dimitris Paitaridis)

 

PART III: Analyses of particular areas (labour market, social policy, health economics)

  1. Economic crisis, poverty and deprivation in Greece. The impact of neoliberal remedies (Christos Papatheodorou)
  2. A comparative study of the structure of employment in Greece before and after the crisis (Alexis Ioannides)
  3. Recession and atypical employment: a focus on contemporary Greek metropolitan regions (Stelios Gialis)

CONCLUSIONS (Stavros Mavroudeas)

 

Financial regulation in the light of the current global economic crisis – INTERNATIONAL CRITICAL THOUGHT

International Critical Thought

Financial regulation in the light of the current global economic crisis

Stavros D. Mavroudeasa* & Demophanes Papadatosb

pages 486-499

Version of record first published: 20 Nov 2012

Abstract

The regulation or non-regulation of finance and its extent and forms has always been an issue in the historical development of capitalism. This issue is crucial for the system’s modus operandi since in capitalism money (and its provision, i.e. finance) operates as capital (i.e. the provider of the means for entrepreneurial activities), whereas its importance in previous socioeconomic systems was significantly less. This paper argues that there is an inherent insoluble contradiction between capitalism’s tendency to unleash finance and its need to rein in the resulting instabilities. The paper argues that although the crisis shows the need for re-regulation, there are significant vested interests that deny this need. The rampant internationalization of money and capital markets in recent decades has created a global power structure that favours internationalized finance. This global power structure has promoted national reforms that have curtailed regulation and led to extreme open-market practices (i.e. the model of private banking). The crisis signifies the failure of this model. However, the global power of international finance remains and thus blocks any moves to circumvent it. The paper ends with a call for public banking as a means of reforming the financial aspects of the current crisis to the benefit of labour.

‘The Limits of Regulation – A Critical Analysis of Capitalist Development’

EElgar’s flyer

‘The Limits of Regulation – A Critical Analysis of Capitalist Development’

by S.Mavroudeas

 

‘The Limits of Regulation’ has been published by EElgar

My book on the Regulation Approach, titled ‘The Limits of Regulation – A Critical Analysis of Capitalist Development’ has been published by Edward Elgar on the 31st of July 2012.

A preview is offered by Google in the following link:

http://www.google.gr/books?hl=el&lr=&id=LdNeeaQgm5UC&oi=fnd&pg=PR3&dq=Mavroudeas&ots=KO0Lf2_fNG&sig=AGeaI-772DSUPf3iZOEVOxHuXvk&redir_esc=y#v=onepage&q=Mavroudeas&f=false

There are several links for ordering the book:

http://www.e-elgar.co.uk/bookentry_main.lasso?id=14643

http://www.buy.com/prod/the-limits-of-regulation/233834767.html

http://www.barnesandnoble.com/w/the-limits-of-regulation-s-mavroudeas/1111091390

http://www.amazon.com/The-Limits-Regulation-Capitalist-Development/dp/0857938630

http://www.foyles.co.uk/item/Business/The-Limits-of-Regulation-A-Critical-Analysis-of-Capitalist-Development,Stavros-Mavroudeas-9780857938633

http://www.booktopia.com.au/the-limits-of-regulation/prod9780857938633.html