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Intervista al professore ed economista Stavros Mavroudeas – VOX POPULI

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domenica, 22 dicembre, 2019

Intervista al professore ed economista Stavros Mavroudeas

Stavros Mavroudeas, nato nel 1961, è un economista marxista greco, professore di economia politica all’Università della Macedonia di Thessalonìki. Si occupa di economia politica marxista, storia del pensiero economico, lavoro e sviluppo economico. Nei suoi lavori affronta temi che spaziano dall’integrazione europea, l’analisi dell’economia greca alla critica degli economisti postmoderni.
Tra gli economisti marxisti più influenti del suo paese, i suoi studenti sono molto attivi nelle organizzazioni politiche e sindacali greche di sinistra.
Abbiamo avuto l’occasione di porgli alcune domande, di seguito l’intervista da me condotta al professor Mavroudeas.

 

  1. Parliamo di Europa innanzitutto, e della speculare condizione greca, filtro delle sue contraddizioni strutturali. Lei si contraddistinse nel 2016 per la famosa lettera contro SYRIZA, indicato come soggetto volto falsamente al cambiamento. In particolare, accusa Syriza di aver negoziato con l’UE, accettando così la logica e la struttura del programma della Troika. Le condizioni che andavano allora a profilarsi e che Lei lucidamente ha preconizzato consistevano nell’analisi del Piano di Salvataggio per la Grecia , dove si giocavano gli interessi di due grossi blocchi economici, quello europeo e quello americano. In particolare, se il primo temeva un taglio del debito, essendo favorevole ad una rinegoziazione sui termini di scadenza e sugli interessi, il secondo avrebbe favorito il taglio netto del debito al fine di garantirsi blocco egemone economicamente (sfruttando l’influenza del deleveraging globale e del debt’s haircut sui tassi di interesse ufficiali dell’UE) e politicamente. Secondo sempre la sua lettera, la costrizione alla gabbia d’acciaio dell’austerity fu il risultato della mediazione di tali interessi. Quanto ora influisce questa decisione strategica presa al momento del Piano di Salvataggio e quanto la Grecia può dirsi campo contemporaneo di mediazione – e speculazione irresponsabile – tra gli interessi dell’Europa del fiscal compact e del neoliberismo di Maastricht e di Lisbona e la nuova politica di potenza americana sotto la dottrina Trump?

La tragedia contemporanea della Grecia ha due mandanti maggiori e uno minore. Il mandante minore è la borghesia greca, che è entrata nel progetto d’integrazione imperialista europeo aspirando a un suo futuro elevamento nella piramide dell’imperialismo attraverso la sua collaborazione coi più avanzati capitali europei occidentali. Questa “grande idea” si è ritorta contro terribilmente siccome i suoi obiettivi erano molto impegnativi e il capitale greco non avrebbe potuto affrontare questa sfida. L’eruzione della crisi capitalista mondiale nel 2008 (una crisi di contrazione della profittabilità) e il conseguente disastro greco del 2010 (che è apparso come una crisi fiscale benché fosse causato da sia la caduta del profitto del capitale greco e sia dal suo sfruttamento imperialista dai più sviluppati capitali europei occidentali) pose fine a questa “grande idea” e fece retrocedere il capitalismo greco nella piramide dell’imperialismo internazionale. Naturalmente, il popolo greco paga il prezzo per questo fallimento.

Ad ogni modo, quello greco è un capitalismo a medio-livello e anche un’economia subimperialista. Quest’ultimo fatto significa che, nonostante possa sfruttare economicamente dei capitalismi meno sviluppati nelle aree adiacenti (e.g. i Balcani), è soggetta al dominio imperialista da parte dei capitalismi più sviluppati. Nel dopoguerra, erano due i maggiori dominatori imperialisti della Grecia. Il primo sono gli Stati Uniti, che assunsero questo ruolo dalla Gran Bretagna nel mezzo della guerra civile greca. Il secondo è l’agglomerazione dei capitali dell’Europa occidentale che forma le basi dell’Unione Europea; con le contraddizioni e i conflitti che esistono fra di essi. Quando il progetto dell’integrazione europea era sotto gli auspici dell’UE (approssimativamente fino agli anni Ottanta), gli Stati Uniti lasciarono il primato all’UE nelle faccende economiche, per quanto mantenessero l’egemonia geopolitica nel complesso. Quando i capitali europei tentarono di approfondire la loro integrazione, si espansero e infine sfidarono l’egemonia statunitense tanto che l’intesa menzionata precedentemente andò a pezzi. La crisi del 2008 ha intensificato la rivalità fra costoro, e la crisi capitalista greca divenne uno dei campi su cui ebbe luogo il braccio di ferro fra gli Stati Uniti e l’Unione Europea.

L’ex premier greco Alexis Tsipras con l’allora direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde

All’inizio della crisi entrambe le egemonie concordarono sulle politiche di austerità dei Programmi di Aggiustamento Economico della trojka. I rappresentanti delle due egemonie (il FMI per gli Stati Uniti e la BCE e l’Unione Europea per gli europei) hanno avuto un’uguale influenza nel processo decisionale della trojka. Tuttavia, i rischi economici erano diseguali siccome i prestiti europei erano maggiori e meno sicuri di quelli del FMI. Inoltre, quando l’urgenza della fase iniziale della crisi era passata, emersero delle strategie diverse e opposte tra gli USA e l’UE. I primi posero sul tavolo il tema della ristrutturazione del debito, che la seconda tentò di evitare. Per di più, le significative differenze si fusero tra le condizioni e le proposte politiche del FMI e della controparte europea. In sintesi, la Grecia divenne uno dei campi di battaglia delle rivalità fra USA e UE. Lentamente, il FMI iniziò a distaccarsi dal fallimento della Grecia; la presidenza Trump esasperò l’unilaterità e l’aggressività degli Stati Uniti. Ciò ha portato oggi nel pagamento in anticipo dei prestiti del FMI e la sua assunzione per il ruolo di consigliere. Dall’altro lato, e ironicamente, benché gli europei sostenessero la maggior parte dei prestiti e dei rischi, è stato il capitale statunitense che ha fatto le maggiori incursioni nell’economia greca.

La borghesia greca prova a equilibrarsi tra i suoi due padroni imperialisti. Per un verso, è parte dell’UE ed è soggetta ai suoi dettami; in particolare le è stato conferito il degradato titolo di uno stato praticamente fallito. Dall’altro, gli USA hanno una posizione economica molto forte in Grecia e inoltre è il cruciale fattore geopolitico e militare nella rivalità regionale greco-turca. Indicativamente, il governo di SYRIZA si è legato sfacciatamente agli Stati Uniti ma si è tirato indietro dall’accordare col FMI la richiesta di questo per uno scarto di garanzia del debito (debt haircut). Finché aumenta la rivalità fra Stati Uniti e Unione Europea – e l’attuale rallentamento dell’economia globale la inasprisce sempre più – allora la borghesia greca sarà in una posizione terribilmente difficile, siccome dovrà decidere da che parte stare.

  1. SYRIZA ha dato la dimostrazione di non esser riuscita a fronteggiare i portatori di interesse europei sin dai primi colloqui con la Commissione del Piano di Salvataggio: durante questo periodo l’ostracizzazione di Varoufakis è stata la grande incognita da esplicare per il marxismo europeo (non che Varoufakis fosse un pensatore marxista ovviamente, ma ai tanti interessava dal punto di vista prescrittivo). Cos’è successo veramente, perché Tsipras cacciò l’uomo che poteva dare la parvenza di essere il professionista del partito e l’inflessibile riguardo le faccende europee? Varoufakis fu vittima di Tsipras, dell’Europa o di una possibile sua inconcludenza?

Non ha mai smesso di meravigliarmi l’interesse che continua ad esistere nella sinistra occidentale su Varoufakis. È sia una questione di disorientamento politico e ideologico e/o sia di disinformazione. In Grecia oggi è evidente che lui e il suo personale feudo politico (la caricatura di un partito chiamata MERA 25) non siano parte della sinistra. Egli è un tremendo opportunista e anticonformista. In teoria lui è un keynesiano moderato; ma cambia maschera a seconda del pubblico a cui si rivolge. È persino stato detto che lui fosse un marxista (sic!) eccentrico, benché sia troppo eccentrico e conservatore per essere marxista. Ha collegamenti molto noti con l’establishment liberale statunitense, e come ministro delle Finanze è stato d’accordo con l’80% del programma della trojka. Le sue tattiche di negoziato con l’Unione Europea furono un completo disastro: semplice posa politica e un mettersi in mostra di persona senza alcuna seria direzione strategica. Il suo partito è un feudo personale che rappresenta gli strati della borghesia piccola e media, i quali sono socialmente radicali e politicamente conservatori. Ha raggruppato altri arrivisti e opportunisti politici con cui ha poco in comune oltre alle ambizioni personali. Esiste sostanzialmente attraverso i media sociali e, naturalmente, non ha alcun radicamento nei movimenti di massa.

È stato arruolato nella compagine di SYRIZA quando questa si stava preparando ad ottenere il governo, pressoché un fulmine a ciel sereno. La ragione principale per cui Tsipras lo ha imposto personalmente all’equipe economica precedente era il supporto internazionale di Varoufakis da parte dei circoli dell’establishment liberale statunitense. Come ministero delle Finanze Varoufakis si è dimostrato molto egocentrico e ha giovato per nulla sia a SYRIZA sia ai propri sostenitori internazionali. Complessivamente, ha fatto di più per sé stesso che per i suoi colleghi e finanziatori. Per questo motivo, una volta che SYRIZA aveva compreso che gli Stati Uniti la stavano usando nel loro braccio di ferro con l’Unione Europea e non stava insistendo seriamente per uno scarto di garanzia del debito (debt haircut), il valore d’uso di Varoufakis si era esaurito. Inoltre, il suo atteggiamento fiammeggiante lo ha reso un sacrificio appropriato per la necessaria capitolazione alla trojka. Varoufakis tentò di sistemarsi nella nuova situazione – aveva persino votato per una prima versione del terzo programma di austerità – ma ormai era troppo tardi. Peraltro, sembra che avesse esaurito il suo valore d’uso anche per i suoi finanziatori stranieri siccome si era dimostrato essere troppo egocentrico e incompetente per i processi decisionali. L’unica cosa per la quale, al momento, egli è utile, è come strumento politico (e fondamentalmente elettorale).

Gianis Varoufakis

  1. Lo stesso fu protagonista di una querelle quasi cinematografica, che pose il problema di come poter reagire se il sistema bancario e le autorità monetarie voltano le spalle ad un governo in carica, bloccando i meccanismi di creazione e trasferimento della liquidità che regolano ogni giorno l’economia? Da qua la questione del segretissimo piano B narrata dal giornale greco Kathimerini, quando Varoufakis decise di coinvolgere un docente di Information Technologies alla Columbia University, per hackerare il sistema informatico dell’Agenzia Fiscale Greca e ottenere il controllo della piattaforma. Egli voleva utilizzare una infrastruttura elettronica per trasferire il denaro tra i greci in caso di emergenza, come ammette chiaramente Varoufakis, creando un sistema bancario parallelo quale sistema di pagamento capace di tener in regime di marcia l’economia for a little while. Questa misura non venne mai approvata, e secondo la nostra sensibilità economica (comunque limitata) poteva volgere da soluzione tampone: secondo lei una strategia del genere aveva senso d’esistere?  O meglio, aveva una possibilità di validità applicativa?

Prima chiariamo le cose.

Il cosiddetto piano X di Varoufakis era semplicemente un’idea. Ironicamente, pure i suoi più vicini colleghi hanno tradito il fatto che non è mai esistito come piano operativo. L’idea di base era di organizzare un sistema pubblico che potesse recuperare direttamente i pagamenti per i cittadini per coprire i loro versamenti allo stato. Questo sarebbe stato indipendente dal sistema bancario, che era grosso modo controllato dalla BCE attraverso la Banca di Grecia. Dunque, questo sistema pubblico avrebbe potuto evolversi dal fare versamenti dallo stato e così provvedere un alternativo sistema di pagamento. Un tale meccanismo necessitava tempo per essere organizzato. Può dare dei gradi limitati di libertà dall’UE e dalla BCE. Tuttavia, non può resistere se confrontato al sistema finanziario principale. Nel migliore dei casi può sostenere le solvenze fiscali dello stato per un periodo limitato. Concludendo, questo piano avrebbe potuto possibilmente guadagnare un po’ di tempo – se fosse stato operativo – contro le pressioni dell’UE. Ma infine sarebbe crollato finché sarebbe rimasto all’interno dell’Unione Europea.

In conclusione, quest’idea di Varoufakis era un altro numero di sconclusionata prestidigitazione. Di più, non è mai stato formalmente accettato da SYRIZA perché temeva di fare pure in questo modo.

Tuttavia, l’idea di usare una valuta parallela in un programma di sinistra di disimpegno con l’Unione Europea e di transizione socialista può essere utile. L’economia di un paese che si rivolta contro l’ordine imperialista mondiale affronterebbe una pressione internazionale spietata. Ciò probabilmente significherebbe che sarebbe stata tagliata fuori dalle valute internazionali necessarie per comprare i beni esteri indispensabili. In un caso simile, la nazione in rivolta avrebbe bisogno di custodire e usare con prudenza qualsiasi riserve estere abbia. In tali circostanze, la creazione di due valute parallele – una per le transazioni estere e una per le transazioni interne – è uno strumento ben noto. L’Unione Sovietica (e anche Cuba ed altri) l’hanno usato. Ovviamente, ci sono altri strumenti che possono essere usati unitamente o a sé stanti (e.g. tassi di cambio multipli). La sinistra rivoluzionaria greca ha discusso simili idee come parte di un programma di transizione. Comunque, questi strumenti possono funzionare solo fuori dall’UE e dalla sua Unione Economica e Monetaria. Sono inutili se vi si rimane incatenati.

 

  1. Riferendoci alla domanda precedente, non possiamo esimerci da ricordare i recenti dibattiti sulle difficoltà in merito all’uscita dall’UE (sempre questa sia possibile) e porLe un paio di domande in merito. L’articolo suo e di Sergio Cesaratto presente sul sito italiano SinistrainRete descrive come sulla Grecia sia stata spacciata dalle istituzioni europee la favola di una ripresa economica data dalla rigida austerity (prescritta prima sotto la supervisione della troika, ora sotto la supervisione del MES), portandovi ad una conclusione unanime: non si può rettificare il fallace modello produttivo greco imposto dalle conseguenze dell’adesione del mercato unico europeo, se non all’esterno dell’attuale UE. L’UE quindi, secondo lei, è completamente irriformabile? Se sì, quanto gravi sono i rischi stimati per uscirne secondo le sue stime, sia per la Grecia che per l’Italia?

L’integrazione europea è un progetto imperialista. Questo è il suo DNA. È stata creata come tale; e più in particolare come l’ossatura economica e politica dell’Occidente in Europa di fronte al blocco orientale. A quei tempi, era sotto gli auspici degli Stati Uniti. Si è evoluta in un polo imperialista separato essenzialmente dopo il collasso del blocco orientale; nonostante questa tendenza vi era già latente da prima. Il suo meccanismo economico si fonda sullo sfruttamento (economico) imperialista dei paesi meno sviluppati. Il suo bilancio politico è ugualmente lugubre. Le élite e le grandi multinazionali dominano le sue funzioni.

Questo progetto imperialista non può essere riformato. Ciò è un mito solo per idioti. Ha galleggiato per diversi decenni – si rammenti la blatera euro-comunista – ed è stata sconfessata dalla realtà.

Inoltre, questo progetto oggi è in crisi profonda. Non riesce ad opporsi al suo principale avversario, gli Stati Uniti. È martoriata da problemi e contraddizioni interne. A causa di queste, è addirittura più pericolosa, siccome essa tenta di risolvere i propri problemi mettendone il fardello sulle spalle dei popoli d’Europa e di altre aree.

Per paesi come la Grecia e l’Italia liberarsi dalle catene dell’UE è davvero molto difficile. Non può certamente esser fatto in modo facile siccome il tremante castello di carte dell’Unione Europea non si può permettere anche divorzi minori. Teme che questo potrebbe generare un effetto domino e portare alla sua totale disintegrazione. Per questa ragione, reagisce così violentemente contro qualsiasi minaccia. Nondimeno, per i popoli d’Europa – e segnatamente per quelli delle nazioni periferiche – non c’è altra via alla lotta per districarsi da quest’edificio reazionario. È la sola possibilità per raggiungere un futuro migliore; se non per costoro, almeno per i loro figli.

  1. Si è ipotizzato in diverse sedi al di fuori delle istituzioni di rendere europeo il settore bancario ponendo una camera di compensazione comune in modo tale da riuscire a riequilibrare le profonde sperequazioni tra le economie dei stati membri.  Si è spesso speculato in merito ad un programma comune alla lotta contro la povertà suffragato da politiche fiscali centralizzate e alla soppressione degli statuti deleteri, quali quelli afferenti alle politiche di mantenimento del tasso di disoccupazione naturale (Trattati di Lisbona in primis). Pensa che possano essere delle misure funzionali ad un programma di radicale trasformazione dell’Unione Europea e, perché no, rivoluzionario, oppure siano solo una pia illusione? Si è anche spesso parlato di monete alternative valide solo entro i confini nazionali. In Italia tale argomento è stato spacciato per il programma politico della destra sui mini bond, “moneta” non a corso forzoso data dalla cartolarizzazione di nuovo debito: oltre alle facili strumentalizzazioni politiche, la via di una moneta alternativa e parallela all’euro è una strada percorribile (revisionando ovviamente i trattati europei relativi alla caratteristiche della moneta unica) secondo lei?

Ci sono molte proposte da prospettive borghesi che provano a risolvere alcuni dei problemi e contraddizioni crescenti dell’UE. La creazione di un’unione bancaria (cioè di un meccanismo di supervisione e di assicurazione dei depositi comune) che unificherebbe i sistemi bancari dei paesi membri e renderli più stabili. Un’altra proposta sono le obbligazioni comuni comunitarie (che renderebbero identici i costi dei prestiti). Un problema di tutte queste proposte è che obbligano l’euro-nucleo dominante a pagare. Ma il reale progetto dell’integrazione europea è stato creato da questi per stare molto meglio. Per questa ragione, queste proposte affrontano la loro risoluta opposizione. Solo in alcuni casi (e.g l’unione bancaria) sono stati presi alcuni passi limitati e sostanzialmente cosmetici.

Riguardo alla proposta dei mini-bot, io non la considero seria. Sostanzialmente, assomiglia al piano X di Varoufakis e risente degli stessi problemi e delle stesse mancanze. Ci ho fatto riferimento in una domanda precedente.

  1. Oltre all’Europa del fiscal compact e della trappola dei cofinanziamenti, impossibili da spendere con tempestività per l’Italia, rischio la procedura d’infrazione, c’è ancora la speranza di un progetto europeo?

Come ho detto prima, non penso che ci possa essere un progetto comune di un’Europa sociale all’interno della cornice dell’UE.

Ma anche, ritengo che sia altamente improbabile che emerga un movimento comune europeo che porti in un’altra direzione. La lotta nei vari paesi europei è molto differenziata e dimostra livelli molto disuniformi. Di conseguenza, in ogni paese la lotta di classe – e in questa, la lotta per il rilascio dall’Unione Europea – prenderà il proprio percorso e i propri tempi.

  1. Ritiene credibile il programma euroscettico di gruppi politici comunisti o di sinistra come KKE e France Insoumise?

In Italia, la piattaforma Eurostop, ad esempio, adotta il progetto euromediterraneo di ALBA del professore marxista Luciano Vasapollo, conosci e credi che questa opzione sia credibile?

Che io sappia, ci sono diverse posizioni

Il KKE greco ha una posizione terribilmente ipocrita. Sostiene che svincolarsi dall’UE sia insignificante perché ci sarebbe ancora il capitalismo. Così, praticamente pronuncia l’assurda argomentazione che prima si raggiunga il socialismo e poi si lasci l’Unione. Ovviamente, aggira ipocritamente l’argomentazione per cui non si possa costruire il socialismo a meno che non si sia fuggiti prima dall’UE. Il KKE adotta oggi questa posizione (al contrario delle sue precedenti posizioni storiche sullo sganciarsi dall’UE) non per idiozia ma per conformismo politico. Conosce molto bene che le posizioni anti-europee sono un anatema per la borghesia greca e il KKE non intende affrontare la sua collera dal momento che si è ben stabilito nel sistema politico ufficiale. Marx scrisse che alla Chiesa d’Inghilterra non interessava che si mettessero in discussione 99 su 100 dogmi di fede, ma comunque diventava feroce se si metteva in discussione l’1% delle sue proprietà. Il KKE preferisce vociare di grandi dichiarazioni di sinistra, ma si astiene dall’affrontare gli elementi cruciali del sistema borghese.

La posizione di France Insoumise è diversa ed è tipica di un euroscetticismo miope che non può sfidare l’UE. Tutti questi euroscettici di sinistra affermano che ci sia un’alternativa progressista se si lasci l’Unione Monetaria Europea ma si rimanga all’interno dell’UE (ovvero il mercato comune e le strutture politiche). Questa è una posizione estremamente stupida – se non ipocrita. Il nucleo dei meccanismi imperialista e di sfruttamento economico dell’integrazione europea risiede nel mercato comune. L’euro è un aspetto complementare. Inoltre, il meccanismo politico dell’integrazione europea ha nei propri geni prerogative borghesi.

Infine, riguardo alle proposte come quella di L. Vasapollo, penso che sono troppo buone per essere vere. Come ho detto prima, la lotta di classe e la coscienza politica della classe lavoratrice e degli strati popolari è molto diversa e diseguale persino nei paesi euro-mediterranei. Dunque, le loro traiettorie sono abbastanza differenti e non facili da far convergere, perciò non vedo come attuabile – almeno per il momento – un tal progetto.

  1. Nel 2004 lei pubblica un testo quasi introvabile in Italia, ‘Forms of existence of abstract labour and value-form’. Potrebbe darci una visione della sua interpretazione della teoria marxiana del valore in relazione alle nuove scuole di studio (come la TSSI, la SSS o, più vicina a noi, la Neue Marx Lektüre cominciata da Rubin e Pašukanis e terminata nei lavori di Reichelt e Backhaus)?

Questa è una grande questione e non le si può rispondere qui. Darò solo alcuni accenni.

Considero che l’essenza del valore sia il lavoro astratto. Quest’ultimo si definisce nella sfera della produzione e – ad un primo livello – indipendentemente dal denaro. Naturalmente, nel suo pieno sviluppo, il lavoro astratto si esprime attraverso l’equivalente generale (cioè il denaro). Per questo motivo, sostengo che la distinzione di Marx tra misura interna del valore (ovvero il lavoro) e la misura esterna del valore (ovvero il denaro) sia corretta. Pertanto, i metodi che identificano direttamente il lavoro astratto con il denaro (come la New Solution al problema della trasformazione, o i teorici della forma-valore) sono errati.

Sono totalmente in disaccordo con la Neue Lektüre e i tentativi di M. Heinrich. Anche costoro identificano il valore astratto col denaro. Inoltre, malinterpretano Marx del tutto argomentando o che non avesse una Teoria del Lavoro Socialmente Necessario (come ha scritto il loro solito divulgatore D. Harvey) oppure che avesse una teoria monetaria del valore. In primo luogo, è stato dimostrato, non solo da me ma anche da altri, che la loro analisi non ha nulla a che vedere con Pašukanis e soprattutto Rubin. Rubin ha affermato esplicitamente che l’essenza del valore è il lavoro astratto e può essere concepito indipendentemente dal denaro. La Neue Lektüre e i suoi simpatizzanti stanno commettendo una terribile misinterpretazione delle sue opinioni. Da secondo, il discorso su una teoria del valore monetaria è assurda e porta, in ultima istanza, all’abbandono del concetto di valore come ridondante. La prima cosiddetta “Scuola di Rubin” (Benetti, Cartelier ecc.) ha seguito questa via. Pure i teorici della forma-valore hanno fatto lo stesso. Inoltre, gli autori della Neue Lektüre dimostrano un’incredibile ignoranza del funzionamento reale dell’economia capitalistica e semplicemente si occupano di dubbie interpretazioni filologiche delle opere di Marx. Nel complesso, ritengo che la Neue Lektüre faccia un grave disservizio al marxismo. Essa lo disintegra come sistema coerente. E i suoi connotati politici sono ugualmente disastrosi: porta il marxismo a essere servo del riformismo borghese.

Infine, per ciò che concerne il TSS, non mi trova d’accordo per il modo con cui cronometra il modello.

  1. Ritiene credibile l’opposizione all’UE delle organizzazioni sovraniste come la Lega di Salvini?

Dunque, ritengo che in diversi capitalismi europei più sviluppati (non in Grecia) ci siano forti frazioni delle loro borghesie che sono deluse dal corso dell’integrazione europea. Più in particolare, sono irritate dal crescente potere della Germania e dalla cerchia di economie che ha attorno. Queste sono le forze principali dietro Le Pen e Salvini. Queste forze aspirano a qualche altra alleanza internazionale e solitamente guardano verso gli Stati Uniti (vedi ad esempio Boris Johnson). In tal senso potrebbero essere leali nel contesto del loro conflitto con l’UE. Possono anche raggiungere una qualche forma di compromesso (temporaneo o meno).

In ogni caso questa è una via diversa – e pure rivale – a quella della sinistra e del popolo. Il loro corso è per un capitalismo strutturato diversamente, e i costi per questa trasformazione saranno pagati dalla classe lavoratrice e dal popolo. La strada della sinistra dovrebbe essere lottare per emanciparsi dall’UE come primo passo necessario per l’edificazione del socialismo.

  1. Come giudica la recente vittoria del centrodestra in Grecia e quali conseguenze ci saranno nel rapporto del suo paese con le istituzioni europee?

SYRIZA, col suo opportunismo e la sua subordinazione agli interessi borghesi, ha spianato la via per la grande vittoria recente di Nea Dimokratia. Questo governo di destra procede con politiche molto aggressive. In termini di politica economica non c’è alcuna differenza rilevante tra SYRIZA e ND. Le direzioni delle politiche economiche in Grecia sono dettate dal Programma di Aggiustamento Economico. La sola cosa che sia il precedente governo che quello attuale possono fare è ridistribuire parte del cosiddetto super-surplus (ovvero denaro cruento rubato al popolo e accumulato per gli obiettivi del Programma). Sia SYRIZA che ND hanno concesso sgravi fiscali al capitale. La sola differenza fra loro è che SYRIZA ha tassato la piccola borghesia e l’alta classe lavoratrice e ha dato qualche briciola al precariato. ND cambia dando qualche briciola alla piccola borghesia e all’alta classe lavoratrice.

Per le questioni politiche e istituzionali, ND procede con cambiamenti reazionari di vasta portata (privatizzazioni, repressione poliziesca, leggi sui sindacati, aziendalizzazione dell’istruzione, ecc). Ciò ha già indotto reazioni popolari di massa. Per la prima volta, dopo la stagnazione sotto SYRIZA, ci sono ancora mobilitazioni e manifestazioni di massa in Grecia.

Il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis col segretario di stato statunitense Mike Pompeo

La situazione economica è sul filo del rasoio. Non c’è alcun recupero reale dalla crisi e l’economia vive di droghe. Il problema del debito rimane ingente. Oltre alle cause interne, un nuovo crollo dell’economia mondiale ridurrebbe l’economia greca in polvere.

In tali condizioni, l’UE da un lato accoglie parzialmente le politiche di ND, tuttavia dall’altro, emana avvertimenti severi ed esercita pressioni. Vuole evitare di dover far fronte a un problema italiano assieme a un problema greco, per esempio. Ma non intende lasciare la Grecia libera siccome altrimenti creerebbe un cattivo esempio per gli altri, e allora nuovi problemi.

Gli Stati Uniti giocano le proprie carte sia in un fronte imprenditoriale ma anche in uno geopolitico esercitando la propria influenza nella rivalità greco-turca.

— Intervista a Stavros Mavroudeas condotta dal Bollettino Culturale e C. Elia

 

An interview on Italy, Greece, the Left and Marxism – VOX POPULI

This is the English transcript of an interview that will appear in VOX POPULI (https://revolucionvoxpopuli.wordpress.com/) translated in Italian

 

VOX POPULI interview

December 2019

 

  1. You stood out in 2016 with the famous letter against SYRIZA, indicated as a subject falsely aimed at change. In particular, you accused SYRIZA of having negotiated with the EU, thus accepting the logic and structure of the Troika program. The conditions that were then emerging and which you lucidly predicted consisted in the analysis of the Rescue Plan for Greece, where the interests of two large economic blocks, the European and the American, were played out. In particular, if the first feared for a debt cut, being in favor of a renegotiation on the terms of expiry and on the interests, the second favored the net cut of the debt in order to guarantee itself a hegemonic economic and political block (exploiting the influence of global deleveraging and of the debt’s haircut on EU’s official interest rates). Always according to your letter, the constraint of the steel cage of austerity was the result of the mediation between these interests. To what degree does this strategic decision have influence today and how much can Greece call itself the contemporary field of mediation – and irresponsible speculation – between the interests of Europe in the fiscal compact and the neoliberalism of Maastricht and Lisbon and the new policy of the American power under the Trump doctrine?

 

The contemporary tragedy of Greece has two major and one minor instigators. The minor instigator is the Greek bourgeoisie. It entered the European imperialist integration project aspiring that this will elevate it within the pyramid of imperialism through its partnership with the more advanced Western European capitals. This ‘big idea’ backfired terribly as its odds were very demanding and the Greek capital could not face up to this challenge. The eruption of the 2008 global capitalist crisis (a falling profitability crisis) and the subsequent 2010 Greek debacle (which appeared as a fiscal crisis although it was caused by both Greek capital’s falling profitability and its imperialist exploitation by the more developed Western capitals) put an end to this ‘big idea’ and demoted the Greek capitalism within the international imperialist pyramid. Of course, the Greek people pays the cost for this failure.

However, Greek is a middle-level capitalism and also a sub-imperialist economy. The latter means that, although it is able to exploit economically less developed capitalisms in its neighboring areas (e.g. Balkans), it is subject to imperialist dominance by more developed capitalisms. In the post-war era two are the main imperialist dominators of Greece. The first one is the US which assumed this role from Britain in the midst of the Greek civil war. The second is the agglomeration of Western European capitals forming the basis of the EU; with the contradictions and conflicts that exist between them. When the European integration project was under the auspices of the EU (approximately till the 1980s), the US left the primacy in economic matters to the EU although it kept the overall geopolitical hegemony. When European capitals attempted to deepen their integration, expand and ultimately challenge the US hegemony the previously mentioned arrangement fell apart. The 2008 crisis intensified the imperialist rivalry between them. The Greek capitalist crisis became one of the grounds on which the US-EU tug-of-war (conflict cum compromise) takes place.

In the beginning of the crisis both hegemons agreed on the austerity policies of troika’s Economic Adjustment Programmes. The representatives of the two hegemons (the IMF for the US and the ECB and the EU for the Europeans) had equal leverage in troika’s decision-making. However, the economic risks were unequal as the European loans were greater and less secure than those of the IMF. Moreover, when the urgency of the initial phase of the crisis passed, different and opposing strategies emerged between the US and the EU. The former put on the table the issue of debt restructuring which the latter strived to avoid. Also, significant differences merged between the conditionalities and the policy proposals of the IMF and the European side. In a nutshell, Greece became one of the battle grounds of the US-EU rivalry. Slowly, the IMF started distancing itself from the Greek debacle. The Trump administration exacerbated US unilateralism and aggressiveness. This led today in the earlier repayment of IMF’s loans and the assumption by it of the role of the advisor. On the other hand, and ironically, although the Europeans bore the greater part of loans and risks, it was the US capital that made the bigger inroads in the Greek economy.

The Greek bourgeoisie tries to equilibrate between its two imperialist patrons. On the one hand, it is part of the EU and subject to its dictums; particularly given its down-graded status to that of an almost failed state. On the other hand, the US has a very strong economic position in Greece and also is the crucial geopolitical and military factor in the Greek – Turkish regional rivalry. Indicatively, the SYRIZA government tied itself unashamedly to the US but shied away from agreeing with the IMF’s demand for a debt haircut. So long as the US – EU rivalry increases – and the current global economic downturn increasingly points towards this – then the Greek bourgeoisie wil be in a terribly difficult position because it will have to choose side.

 

  1. SYRIZA has demonstrated of not being able to cope with the European stakeholders since the first talks with the Rescue Plan Commission: during this period the ostracization of Varoufakis was the great question mark for European Marxism (obviously, not that Varoufakis was a Marxist thinker!). What has really happened? Why did Tsipras chase away the man who could give the appearance of being the professional of the party and an inflexible authority regarding European affairs? Was Varoufakis a victim of Tsipras, of Europe or of his possible inconclusiveness?

 

It never ceases to amaze me the interest that continues to exist in the Western Left about Varoufakis. It is either a matter of political and ideological disorientation and/or of misinformation. In Greece it is evident nowadays that he and his personal political fiefdom (the caricature of a political party called MERA 25) are not part of the Left. He is a terrible opportunist and maverick. In theory he is a lesser Keynesian. But he changes masks according to the audience he is addressing. He even said that he is an erratic Marxist (sic!) although he is too erratic and too conservative to be a Marxist. He has well-known ties to the US liberal establishment. As a Finance Minister he agreed with the 80% of troika’s programme. His negotiation tactics with the EU was an utter mess: simply political pose and personal showing off without any serious strategic direction. His party is a personal fiefdom representing middle and small bourgeoisie strata that are socially radical and politically conservative. It has collected other political wannabees and opportunists and have little in common apart from personal ambitions. It exists mainly through the social media and, of course, it has no foundation in mass movements.

He was enlisted in the SYRIZA team, when the latter was preparing to assume the government, almost out of the blue. The main reason that Tsipras personally imposed him upon the previous economic team was Varoufakis’ international backing from circles of the US liberal establishment. As a Finance Minister Varoufakis proved very self-centered and served badly both SYRIZA and his international backers. In toto, he did more for himself than he did for his partners and backers. For this reason, once SYRIZA realized that the US was using it in their tug-of-war with the EU and was not pushing seriously for a debt haircut, the use-value of Varoufakis was exhausted. Moreover, his flamboyant posing made him a suitable sacrifice for the necessary capitulation to the troika. Varoufakis attempted to accommodate himself in the new situation – he even voted for a first version of the third austerity programme – but it was too late for him. Furthermore, it seems that it had exhausted also his use-value for his foreign backers because he was proved to be too self-centered and too incompetent for policy-making. The only thing that, for the time being, he is useful is as a political (and basically electoral) tool.

 

  1. The same (in reference to Varoufakis) was protagonist of an almost cinematographic controversy, which posed the problem of how to react if the banking system and the monetary authorities turn their backs on a government, blocking the mechanisms for creating and transferring the liquidity that regulate the daily economy? From here the issue regarding the top secret Plan B narrated by the Greek newspaper Kathimerini, in which Varoufakis decided to involve a professor of Information Technologies from the Columbia University, in order to hack the computer system of the Greek Tax Agency and get control of the platform. He wanted to use an electronic infrastructure to transfer money between the Greeks in case of emergency, as Varoufakis clearly admits, creating a parallel banking system as a payment system capable of keeping the economy in gear for a little while. This measure was never approved, and according to our economic sensitivity (however limited) it could turn out to be a buffer solution: in your opinion, would such a strategy make sense to be adopted? Or rather, did it have a possibility of being successfully applied? Would you support it or would you suggest approaching the situation in another way?

 

Let us clear things first.

The so-called plan X of Varoufakis was simply an idea. Ironically, even close associates of him betrayed that it never existed as an operational plan. The basic idea was to organize a public system that could collect directly payments for citizens for covering their payments to the state. This would be independent from the banking system, which was grosso modo controlled by the ECB through the Bank of Greece. Then, this public system could evolve to make payments by the state and thus provide an alternative payments system. Such a mechanism needs time to be organized. It can give some limited degrees off freedom from the EU and the ECB. However, it cannot stand if it is confronted by the main financial system. In the best case it can sustain the state’s fiscal solvency for a limited period. Concluding, this plan could possibly buy some time – if it was operational – against EU’s pressure. But ultimately it will crumble so long as Greece remained withing the EU.

Concluding, this Varoufakis’ idea was another piece of half-baked wizardry. Furthermore, it was never formally accepted by SYRIA as it was afraid of doing even so.

However, the idea of using a parallel currency within a Left programme of disengagement from the EU and socialist transition can be useful. An economy of a country that revolts against the international imperialist order would face an unmerciful international pressure. This would probably mean that it would be cut off from international currencies necessary for buying much needed foreign goods. In such a case, the revolting country would need to safeguard and use with prudence whatever foreign reserves it has. In such cases the creation of two parallel currencies – one for foreign transactions and one for internal transactions – is a well-known tool. The Soviet Union (and also Cuba and others) have used it. Of course, there are other tools that can be used in conjunction or stand-alone (e.g. multiple exchange rates). The Greek revolutionary Left has discussed such ideas as part of a transitional programme. However, these tools can work only outside the EU and its EMU. They are useless if you remain shackled to it.

  1. In reference to the previous question, we cannot forget to mention the recent debates on the difficulties concerning leaving the EU (and we’re taking for granted this is even possible) and ask you a couple of questions about it. Your and Sergio Cesaratto’s article on the Italian website SinistraInRete describes how the Greek economic recovery was described by the European authorities as possible only through the strict austerity (prescribed first by the Troika, now under the supervision of the MES) bringing you to a unanimous conclusion: it’s not possible to rectify the fallacious Greek productive model imposed by the consequences of the access to the European single market, if not outside the current EU. Is, therefore, in your opinion, the EU completely unreformable? If so, how serious are the risks for exiting the EU according to your estimates, both for Greece and for Italy?

 

The European integration project is an imperialist project. This is its DNA. It was created as such; and more specifically as the economic and political back bone of the West in Europe in the face of the Eastern bloc. At that period, it was under the auspices of the US. It evolved as a separate imperialist pole essentially after the collapse of the Eastern bloc; although this tendency was already latent within it before. Its economic mechanism rests upon the imperialist (economic) exploitation of less developed economies. Its political record is equally dismal. Elites and big conglomerates dominate its functions.

This imperialist project cannot be reformed. This is a myth only for idiots. It has been floating for several decades – remember the euro-communist babblings – and it has been disproved by reality.

Moreover, this project is today in deep crisis. It cannot stand up to its main adversary, the US. It is riddled with internal problems and contradictions. Because of these, it is even more dangerous as it attempts to solve its problems by putting their burden on the backs of the peoples of Europe and other regions.

For countries like Greece and Italy breaking out form the shackles of the EU is indeed very difficult. It can certainly not be done the easy way because EU’s shaking house of cards cannot afford even minor disengagements from it. It is afraid that it would generate a domino process and lead to its total disintegration. For this reason, it reacts so violently against any such threat. Nevertheless, for the peoples of Europe – and particularly for those of the peripheral countries – there is no other way apart from struggling to disengage from this reactionary edifice. It is there only possibility for achieving a better future; if not for them at least for their children.

 

  1. It has been hypothesized, outside the institutions, to make the banking sector European by setting up a common clearing house in such a way as to be able to rebalance the profound inequalities between the member states’ economies. There has often been speculation about a common program to combat poverty supported via centralized fiscal policies and the abolition of harmful statutes, such as those relating to the policies that maintain the natural unemployment rate (the Lisbon Treaties is a primary case of such statutes). Do you think that those measures can be functional for a program of radical transformation of the European Union (potentially revolutionary, if you will) or are they just a pious illusion? There have also often been talks of creating alternative currencies valid only within national borders. In Italy this argument has been passed off as the political program of the right on the mini bonds, a non-forced “currency” given by the securitization of new debt: keeping the political instrumentalization of the topic aside, is the use of an alternative currency parallel to the euro a possible option to be used to move forward (this obviously requires a revision of the European treaties concerning the characteristics of the single currency), in your opinion?

There are many proposals by bourgeois perspectives that try to fix some of the growing problems and contradictions of the EU. The creation of a banking union (that is of a common supervisory mechanism and a common deposits’ insurance mechanism) that would unify the country-members’ banking systems and make them more stable. Another proposal are the common EU bonds (that will make borrowing costs the same). One problem of all these proposals is that they oblige the dominant euro-core economies to pay. But the very European integration project has been created for them to be better off. For this reason, they face their resolute opposition. Only in some cases (e.g. banking union) some limited and basically cosmetic steps have been taken.

Regarding the mini-bot proposal, I do not consider it as serious. Essentially, it resembles to the Varoufakis’ plan X and suffers from the same problems and deficiencies. I have refered to them in a previous question.

 

  1. In addition to the Europe of the fiscal compact and the trap of cofinancing, impossible to spend in a timely manner for Italy because of the risk of the infringement procedure, is there still hope for a European project?

As I said before, I do not think that there can be a common project of a social Europe within the framework of the EU.

But also, I think that it is highly improbable to emerge a common European movement leading to another direction. The class struggle in the various European countries is very differentiated and exhibits very uneven levels. Hence, in each country the class struggle – and within it the struggle for disengaging from the EU – will take its own path and its own timing.

  1. Do you consider the Eurosceptic program of communist or leftist political groups like the KKE and France Inoumise credible? In Italy, the Eurostop platform, for example, adopts the Euro-Mediterranean Dawn project of Marxist professor Luciano Vasapollo. Have you heard about this proposal and what are your thoughts about it? Is it a viable option?

To my knowledge, these are different positions.

The Greek KKE has a terribly hypocritical position. It argues that disengaging from the EU is insignificant because there will still be capitalism. So, it practically makes the absurd argument that first you achieve socialism and then you leave the EU. Of course, it hypocritically bypasses the argument that you cannot build socialism unless you have broken out from the EU first. KKE adopts this position today (contrary to its previous historical position about disengaging from the EU) not out of idiocy but out of political conformism. It knows very well that the anti-EU position is an anathema for the Greek bourgeoisie and KKE does not want to face its wrath as it is well established within the official political system. Marx had written that the Church of England does not care if you dispute the 99 out of its 100 articles of faith. However, it becomes wild if you dispute 1% of its property. KKE prefers to mouth big leftish declarations but abstains from challenging crucial elements of the bourgeois system.

The position of France Insoumise is different and it is typical of a short-sighted euro-scepticism that cannot challenge the EU. All those leftist Eurosceptics argue that there is a progressive alternative if you leave the European Monetary Union (EMU) but you stay within the EU (that is the Common Market and the political structures). This is an utterly stupid – if not hypocritical – position. The core of the imperialist and the economically exploitative mechanism of the European integration lies in the Common Market. The euro is a complimentary aspect. Also, the political mechanism of the European integration has in its genes the bourgeois prerogatives.

Finally, regarding proposals like that of L.Vasapollo I think that they are too good to be true. As I said before, the class struggle and the political consciousness of the working class and the popular strata is very different and uneven even in the euro-Mediterranean countries. Hence, their trajectories are quite different and not easy to converge. So, I do not see as feasible – at least at the time being – such a proposal.

 

  1. In 2004 you published a text which is almost impossible to find in Italy, «Forms of existence of abstract labor and value-form». Could you give us a view of your interpretation on the Marxian theory of value in relation to new schools of study (such as TSSI, the SSS or, closer to us, the Neue Marx Lektüre begun by Rubin and Pashukanis and completed by the works of Reichelt and Backhaus )?

This is a very big issue and cannot be addressed here. I will give only a few hints.

I consider that the essence of value is abstract labour. The latter is defined in the sphere of production and – at a first level – independently from money. Of course, in its full development, abstract labour is expressed through the general equivalent (that is money). For this reason, I maintain that Marx’s distinction between the internal measure of value (that is labour) and the external measure of value (that is money) is correct. Thus, approaches that identify directly abstract labour with money (like the New Solution to the Transformation Problem, or the value-form theorists) are erroneous.

I totally disagree with the Neue Lekture and M.Heinrich’s endeavours. They too equate abstract value with money. Moreover, they totally misrepresent Marx by arguing either that he did not had a Labour Theory of Value (as their habitual popularizer D.Harvey has written) or that he had a monetary theory of value. First, it has been shown not only by me but also by others, that their analysis has nothing to do with Pashukanis and especially Rubin. Rubin has explicitly said that the essence of value is abstract labour and it can be conceived independently from money. The Neue Lekture and their fellow-travelers are doing a terribly misrepresentation of his views. Second, the argument about a monetary theory of value is absurd and leads, ultimately, to the abandonment of the concept of value as redundant. The first so-called ‘Rubin School’ (Benetti, Cartelier etc.) has followed this road. The value-form theorists also did the same. Moreover, the Neue Lekture writers exhibit an unbelievable ignorance of the actual workings of a capitalist economy and simply occupy themselves with dubious philological interpretations of Marx’s works. Overall, I think that the Neue Lekture does a terrible disservice to Marxism. It disintegrates it as a coherent system. And its political connotations are equally disastrous: it leads Marxists to be the handmaidens of bourgeois reformism.

Finally, regarding the TSS, I do not agree with the way the model time.

  1. Do you consider the opposition to the EU of sovereignist organizations such as Salvini’s League credible/sincere/honest/reasonable/conceivable?

Well, I think that in several more developed European capitalisms (not in Greece) there are strong fractions of their bourgeoisies that are disappointed by the course of the European integration. More specifically, they are angered from the growing power of Germany and the cluster of economies around it. These are the main forces behind LePen and Salvini. These forces aspire to some other international alliances and usually look towards the US (see for example Boris Johnson). In this sense there maybe sincere in their confrontation with the EU. There may also strike some form of compromise (temporary or not).

In all cases this is a different road – and also a rival one – to that of the Left and the people. Their course is for a differently structured capitalism. And the costs for this transformation will be paid by the working class and the people. The road of the Left should be to struggle for disengaging from the EU as a first necessary step for creating socialism.

 

  1. How do you judge the recent victory of the center-right in Greece and what consequences will there be in your country’s relationship with European institutions?

SYRIZA, with its opportunism and its subservience to bourgeois interests, paved the way for the recent big victory of New Democracy. This right-wing government proceeds with a very aggressive policy. In terms of economic policy there is no serious difference between SYRIZA and ND. The directions of economic policy in Greece are being dictated by the Economic Adjustment Programme. The only thing that both the previous and this governments can do is to redistribute some of the so-called super-surplus (that is blood money stolen from the people and accumulated on top of the Programme’s targets). Both SYRIZA and ND gave tax allowances to capital. Their only difference is that SYRIZA taxed the small bourgeoisie and the upper working class and gave some peanuts to the precariat. The ND changes this by giving some peanuts to the small bourgeoisie and the upper working class.

In political and institutional matters, the ND proceeds with far-reaching reactionary changes (privatisations, police repression, trade unions laws, entrepreneuralisation of education etc.). This has already produced mass popular reactions. For the first time, after the stagnation of the SYRIZA era, there are again mass mobilisations and demonstrations in Greece.

The economic situation is on a razor’s end. There is no serious recuperation from the crisis and the economy lives on drugs. The debt problem remains huge. Apart from the internal causes, a possible new world economic crash would leave the Greek economy in tatters.

In these conditions, the EU on the one hand accommodates a bit ND’s policies. But on the other hand, it issues stern warnings and exerts pressure. It wants to avoid having to tackle an Italian problem together with a Greek problem; for example. But it does not want to leave Greece footloose because this will create a bad example to others and also new problems.

The US plays its cards both in the entrepreneurial front but also in the geopolitical one exerting its leverage in the Greek – Turkish rivalry.

 

‘Syriza is sinking and losing popular support’: Interview in the Catalan website DIRECTA

The following is the transcript of my interview for the Catalan website DIRECTA (04/02/2016). Its title is ‘Syriza is sinking and losing popular support’.

The interview is in Catalan. A grosso modo english translation follows.

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La Directa

https://directa.cat/actualitat/stavros-mavroudeas-syriza-sesta-enfonsant-perdent-suport-popular

Stavros Mavroudeas: “Syriza s’està enfonsant i perdent el suport popular”

Coincidint amb la vaga general a Grècia publiquem una entrevista a l’economista grec Stavros Mavroudeas
Stavros Mavroudeas durant l’entrevista a Atenes
Helena Vàzquez

Stavros Mavroudeas va estudiar a la Universitat d’Atenes, va continuar els seus estudis a la SOAS-Universitat de Londres i finalment va doctorar-se a la Birkbeck College (a Anglaterra). Actualment treballa com a professor d’economia política a la Universitat de Macedònia, a Tessalònica. És autor de diversos llibres i es considera una persona activa a l’esquerra. Ha aparegut en alguns programes de televisió representant el Front Anticapitalista de l’Esquerra-Cooperació per l’Enderrocament (Antarsya), amb qui assegura simpatitzar.

La victòria de Syriza d’ara fa un any va ser un fet esperançador per a l’esquerra europea, també per l’esquerra grega?

Primer s’ha de distingir entre la gent que està organitzada i la gent que simplement pertany a l’esquerra. Per a la majoria de forces organitzades Syriza no era una esperança. Això es relaciona amb els seus orígens, que vénen de l’eurocomunisme, però també amb els coneguts lligams amb l’establishment. Per la majoria de gent que pertany a l’esquerra, en canvi, immersos en mig d’una crisi, amb pobresa, i amb un govern molt autoritari, Syriza es veu d’una altra manera.

«Syriza no és el típic partit de l’esquerra. És com una galàxia de petits grups, amb els seus propis líders que representen uns interessos particulars»

La possibilitat que alleugerés les polítiques d’austeritat i l’autoritarisme del moment es convertia en una esperança. Ara bé, en el moment en el qual Syriza trenca les seves promeses obertament i es rendeix davant la UE comença a perdre progressivament el suport de la gent comú de l’esquerra. Això en gran mesura va passar a les darreres eleccions en la que no es presentava com una força antiausteritat sinó com un mal menor davant del Pasok.

En relació al programa econòmic de Syriza, veiem que els seus posicionaments respecte a l’euro i el deute han variat. Per què?

Per tal d’entendre-ho cal veure què és Syriza. No és el típic partit de l’esquerra. És com una galàxia de petits grups, amb els seus propis líders i amb els seus lligams amb la societat, que representen uns interessos particulars. Per aquest motiu mai ha pogut tenir un programa econòmic coherent.

Va començar dient el 2012 “potser pensem en la possibilitat de desfer-nos de l’euro”, intentant seduir a l’esquerra. Per contra, a mesura que s’apropava al poder sabia que això era una línia vermella per a la burgesia grega, de manera que va oblidar la idea de trencar amb l’euro i parlava de frenar les polítiques d’austeritat dins la UE i l’eurozona. Quan va irrompre al poder va jugar la carta de negociar fortament amb la UE. Finalment va rendir-se deixant clar que no hi havia cap altra camí que el d’implementar els programes d’austeritat, el mateix que deien els governs anteriors. Per tant Syriza s’ha renovat i ha aparegut com un gerent més lleu de les polítiques d’austeritat que la troika.

«La UE no és res més que la unió dels capitals europeus dels països dominants»

Així, Syriza té una vincles molt clars amb el capital?

Claríssims. Ara és evident. Un any abans no ho era tant. La burgesia grega està dividida en diverses fraccions, ara bé, hi ha una gran divisió entra el gran capital. Per una banda, hi ha els anomenats “nous grups emergents” que creixen a finals del vuitanta i a principis del noranta sota l’administració de Costas Simits (Pasok) i després amb Nova Democràcia. Per l’altre els antics benefactors de l’administració d’Andreas Papandreou (Pasok) que es convertiren ens els perdedors amb l’ascens dels nous. Totes les fraccions del capital, al principi de forma encoberta, han donat suport a Syriza. Una vegada Syriza va ser escollida, l’altra fracció està jugant un joc de xoc-i-negociació amb Syriza també.

És Syriza l’exemple que en el capitalisme d’avui no pot estar entre dues aigües?

Sí, representa el fracàs de la idea que es pot democratitzar la Unió Europea (UE). La UE no és res més que la unió dels capitals europeus dels països dominants. Són els països de l’euro-centre els que imposen els seus propis interessos i prerrogatives a la resta, als capitals més dèbils i a la gent, evidentment.

L’economista Stavros Mavroudeas a Atenes / Helena Vàzquez

 

En un article recent al The Guardian, Costas Lapavitsas, exmembre de Syriza i ara el cervell del programa econòmic de LAE (Laiki Enotita), sembla ser bastant indulgent amb Syriza. Explica que el gran problema del partit va ser no saber desafiar l’euro.

Aquest és també el gran problema de Costas, i ho hauria d’haver sabut millor des del principi i no promoure i donar suport a Syriza com ho va fer.

Ell ho sabia?

Clar que ho sabia. Si no n’era conscient llavors s’hagués hagut de mantenir al marge. Si estigués a la seva posició, hagués donat suport Syriza i hagués contribuït a portar-la al poder llavors el mínim que podria fer és demanar perdó i oferir la meva autocrítica, una cosa que no he vist per part d’en Costas.

Parlant d’ell, en els teus treballs tu has estat molt crític amb les posicions post-keynesianes i marxo-keynesianes a l’hora de resoldre el dilema de la UE i la UEM (Unió Econòmica i Monetària).

Hi hagut un debat molt fort, vigent avui dia, dins l’espectre econòmic de l’esquerra grega. Hi ha els que, jo inclòs des d’un punt de vista marxista esgrimim que la UE no pot rectificar-se i que, per tant, considerem que l’esquerra ha treballar per tal que Grècia deixi la UE. En segon lloc, hi ha els que diuen que hem de mantenir-nos a la UE però sortir de la UEM, com en Costas. Finalment hi ha els que defensen mantenir-nos a la UE però canviar les seves polítiques d’austeritat.

Les dues últimes corrents van integrar-se dins de Syriza i les dues van fallar, fins i tot les que veien una sortida de la UEM a través d’un divorci consensuat. No es pot acordar de comú acord un divorci amb Wolfgang Schäuble! Només podrà donar-se en els seus propis i “bàrbars” termes. Crec que per l’esquerra d’avui és bastant clar, ha de batallar per una sortida completa de la UE.

Entre les dues últimes corrents que han participat a Syriza i les que no s’amaga una forma particular d’entendre la crisi?

Les dues corrents que he explicat que han participat dins de Syriza entenen la crisi com una crisi del deute. Això seria causa o bé un dèficit fiscal inviable o un dèficit comercial igualment inviable. Els dos fenòmens portarien a un dèficit per compte corrent. Aquestes serien les posicions keynesianes, post-keynesianes o Marxo-keynesianes. Per alta banda, la corrent que posposa sortir de la UE segueix una perspectiva marxista. Defensa que el deute és una conseqüència i no una causa i la crisi té unes arrels més profundes que es troben en l’esfera productiva. Aquestes qüestions són les que després es reflecteixen en les finances públiques. És a dir, els problemes de l’economia real reboten a les finances públiques i al deute extern. Per contra, les altres dues corrents diuen que no hi ha problemes en l’estructura productiva, per aquesta raó no toquen el mercat comú.

«Crec que Varoufakis és massa erràtic per ser marxista»

Darrere de com entenem el funcionament del capitalisme hi ha una forma particular d’intuir com s’ha de reorganitzar la producció per què sigui democràtica. No veig una preocupació excessiva per part de Lapavitsas a l’hora de pensar en el potencial transformador d’una sortida de l’euro.

En Costas ha abandonat realment el marxisme i s’ha traslladat al post-keynesianisme. Ha proposat el seu propi pla per salvar l’economia grega al voltant de sortir de la UEM. Aquest pla no diu res, no concreta, sobre la reestructuració de l’esfera productiva de l’economia. A més, suggereix moltes coses, fins i tot parla de socialisme. Però mai mostra com el seu pla condueix a una transició socialista. De fet, quan parla de socialisme (i poques vegades ho fa) ho veu com una cosa en el futur a molt llarg termini sense cap vincle coherent al seu pla. Però, com va dir John Maynard Keynes, en “el llarg termini tots estarem morts” …

I ara li toca a Yanis Varoufakis… es mereix l’etiqueta de marxista erràtic?

Crec que Varoufakis és massa erràtic per ser marxista.

Quin és la seva posició a Grècia?

Ell ve de Giorgos Papandreu Pasok. Va ser assessor del govern que va portar la Troika a Grècia. Per descomptat que ell ho va deixar en aquell moment i va anar a Syriza. Varoufakis és keynesià, però no d’una forma clara. Ell no té una teoria, ni tan sols una anàlisi coherent. Predica el “agnosticisme radical”, que en realitat vol dir que no necessitem una teoria; només una anàlisi conjuntural. Això el porta a dir moltes coses que es contradiuen entre sí amb molta facilitat. A Grècia ara és una cosa del passat.

Mavroudeas és professor d’economia a la Universitat de Macedònia, a Tessalònica / Helena Vàzquez

 

Però ha impulsat aquest “Pla B” a escala europea.

S’estarà movent a l’estranger però a Grècia ha perdut tota credibilitat.

Què en penses d’aquesta proposta?

Hi ha un intent per Jean-Luc Mélenchon, Stefano Fassina i Oskar Lafontaine per crear un moviment en l’àmbit europeu que aglutini als euroescèptics de l’esquerra, permetin-me dir així. Ells es mostren escèptics sobre la integració europea, però creuen que pot ser democratitzada. No entenen que la UE és una estructura reaccionària que no pot ser reformada sinó només destruïda; i aquesta és la tasca de l’esquerra.

Per acabar, perspectives a curt termini i opcions per l’esquerra?

Per ara Syriza s’està enfonsant ràpidament i està perdent el suport popular. Al mateix temps, un bloc neoliberal coherent s’està construint al voltant de Nova Democràcia. Aquest bloc pressiona la capitulada Syriza per moure-la encara més a la dreta, per tal de salvar-se la seva pell acomodant la burgesia i la UE. Això vol dir que l’espectre polític oficial s’està movent ràpidament cap a la dreta. Alhora, la societat està polaritzant ràpidament entre rics i pobres. Això porta a una enorme discrepància entre la representació política i l’estructura social. Això deixa espai per l’esquerra, la veritable esquerra. L’esquerra ha d’avançar audaçment per oferir a la gent treballadora una proposta política i “propopular”: sortir de la UE per complet i reestructurar l’economia grega per avançar cap al socialisme.

 

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Stavros Mavroudeas: ‘Syriza is sinking and losing popular support’

– The victory of Syriza, one year ago, was an encouraging fact for the European left; was it also for the Greek left?

First you must distinguish between people who are organized and people who simply belong to the left. For most organized forces Syriza was no hope. This is related to its origins, it comes from Eurocommunism and has well-known ties with the establishment. For most people who belong to the left, however, immersed in the middle of a crisis, with poverty, with a very authoritarian government, Syriza was understood in a different way.

The possibility of relieving the austerity policies and authoritarianism at that moment seemed as a hope. However, in the moment in which Syriza breaks its promises openly and capitulates in front of EU begins to gradually lose the support of ordinary people on the left. This largely happened in the last elections in which he portrayed itself not as an anti-austerity force but as a lesser evil against PASOK and ND.

 

– Regarding the economic program of Syriza, we see that it has moved its positions against the euro and debt. Why?

To understand this we must see what Syriza is. It is not the typical party of the Left. It’s like a galaxy of small groups with their leaders and their ties with enterprises, representing private interests. For this reason he has never been able to have a coherent economic program.

It began in 2012 saying «maybe we consider to get rid of the euro», trying to seduce the left. Later, as it approached to the power, it knew that this was a red line for the Greek bourgeoisie, so he forgot the idea of breaking with the euro and spoke to stopping austerity policies within the EU and the eurozone. When he reached the power it played the card of negotiating strongly with the EU. Finally surrendering making it clear that there was no other way than to implement austerity programs, the same as said by the previous governments. So SYRIZA revamped itself to the people as a milder manager of the troika austerity policies.

 

– So, Syriza has very clear links with the capital?

Clearly. This is now evident. A year earlier it was not so. The Greek bourgeoisie is divided into various factions; however, there is a great division inside the big capital. On one hand, there are the so-called «new emerging groups» that grew in the late ‘80s and early ‘90s under the administration of Simitis’ PASOK and after New Democracy. On the other hand they are the older beneficiaries of the Andreas Papandreou PASOK administrations. The latter became the losers with the rise of new ones. These old fractions of the capital have given support to Syriza, in the beginning covertly. Once Syriza was elected, the other faction is playing a game of clash-and-negotiation with Syriza as well.

 

– Syriza is the example that capitalism today can’t be in between two waters?

Yes, it represents the failure of the idea that it is possible to democratize the European Union. The European Union is nothing more than the union of European capital of dominant countries. The euro-centre countries impose their own interests and prerogatives to the others, the weaker capitals and people, of course.

 

– In a recent article in «The Guardian» Costas Lapavitsas, a former member of Syriza’s and now having a role in the economic program LAE (Laiki Enotita), seems to be pretty indulgent with Syriza. He explains that the big problem was that didn’t know how to challenge the euro.

This is also the big problem with Costas. He should have known better from the beginning and not to promote and support Syriza as he did.

 

– He knew it?

Of course he knew it. If he was not aware of that then he should have stayed aside. If I were in his position, if I had helped the political fraud that is Syriza to gain power then, the least I could do would be to apologize and offer my self-critique, something that I haven’t seen by Costas.

 

– Speaking of him, in your work you’ve been very critical of the Keynesian and post-Keynesian proposals about solving the problems of the EU and EMU.

There was a strong debate, and it still remains today, within the spectrum of the economists of the Greek left. Firstly, there are those (me included) who, from a Marxist point of view, argue that the EU cannot be rectified and therefore the left should propose that Greece leaves the EU. Secondly, there are those who say that we must remain in the EU but leave the EMU, (as Costas). Finally there are those who argue to remain in the EU but to change its austerity policies. The last two currents joined in Syriza and both failed; even those that proposed an exit from the EMU through a consensual divorce. It is impossible to get a decent agreement of a divorce from Schauble! This can only occur in his own barbaric terms. I think that the role of the left today is quite clear: the left should fight for a complete disengagement from the EU.

 

– In between the last two trends that have participated in Syriza and those who didn’t there was a particular way of understanding the crisis?

The two currents that participated in Syriza understood the crisis as simply a crisis of debt. This was caused by either an unviable fiscal deficit or and equally unviable trade deficit. Both led to a current account deficit. Their analyses followed Keynesian, post-Keynesian or Marxo-Keynesian perspectives. On the other hand, the current that proposed leaving the EU follows the Marxist perspective. It argues that debt is a consequence and not a cause and that the crisis has deeper causes that lay in the productive sphere. These causes are then reflected in the public finances. That is, the problems of the real economy determine public finances and external debt. By contrast, the other two currents say that there are no problems in the Greek productive structure; therefore they do not touch the European Common Market.

 

– Last of how we understand the workings of capitalism there a particular way to intuit how to reorganize production to make it democratic. I do not see an excessive concern on the part of Lapavitsas when thinking about the transformative potential of an exit of the euro.

Costas has actually abandoned Marxism and moved towards post-Keynesianism. He has proposed his own plan to save the Greek economy constracted around leaving the EMU. This plan does not say anything serious or concrete about the restructuring of the productive sphere of the economy. Furthermore, he suggests many things, he even speaks about socialism. But he never shows how his plan leads to a socialist transition. In fact, when he speaks about socialism (and he rarely does so) he sees it as something in the very long-term future without any coherent link to his plan. But, as John Maynard Keynes said, in «the long term we are all dead»…

 

– And now it is the turn of Yanis Varoufakis ..Does he deserve the self-given label of an erratic Marxist?

I think Varoufakis is too erratic to be Marxist.

 

– What is his position in Greece?

He comes from Giorgos Papandreou PASOK. He was an advisor to the government that brought the Troika in Greece. Of course he left it at that time and went to Syriza. Varoufakis is Keynesian but not in clear way. He doesn’t have a theory, not even a coherent analysis. He preaches ‘radical agnosticism’ which actually means that we do not need a theory; just a conjunctural analysis. This leads him to say many things that contradict each other very easily. In Greece now he is a thing of the past.

 

– But he has promoted ‘Plan B’ in Europe.

He can be moving around abroad but in Greece he has lost all credibility.

 

– What do you think of this proposal?

There is an attempt by Jean-Luc Mélenchon [co-founder of Partie Gauche (left)], Stefano Fassina [future leader of Sinistra (Future left)], and Oskar Lafontaine [ founder of Die Linke (the left)], to create a movement in a European level that gathers the Eurosceptics on the left, let me say it like this. They are skeptical about European integration but think that it can be democratized. They do not understand that the EU is a reactionary structure that can’t be reformed but only destroyed; and this is the task of the left.

 

– Finally, what are the prospects in a short-term and which are the options for the left?

For now Syriza is crumbling rapidly; losing popular support. At the same time a coherent neoliberal bloc is being built around New Democracy. This bloc presses the capitulated Syriza to move even further to the right (in order to save its skin by accommodating with the bourgeoisie and the EU). This means that the official political spectrum is moving rapidly to the right. At the same time the society is rapidly polarizing between the rich and the poor. This leads to a huge discrepancy between political representation and social structure. This leaves room for the left, the true left. The left must venture boldly to offer to the working people a realistic pro-popular political proposal: leaving the EU completely and moving to restructure the Greek economy as a pre-condition for socialist transition.


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CounterPunch: perchè Syriza sta colando a picco in Grecia

Counterpunch riporta l’intervista del sito catalano Directa a Stavros Mavroudeas, professore di economia politica all’università della Macedonia, sullo stato della politica e del dibattito economico greco. La radicalità del professore marxista fa da controcanto agli scontri della settimana scorsa e alla crescente instabilità del paese ellenico.

di Stavros Mavroudeas, 09-02-2016

D. La vittoria di Syriza, un anno fa, è stato un fatto incoraggiante per la sinistra europea; lo è stato anche per la sinistra greca?

Mavroudeas: In primo luogo dobbiamo distinguere tra persone riunite in un’organizzazione e persone che semplicemente si sentono parte della sinistra. Per le forze più organizzate Syriza in nessun modo era una speranza. Questo per via della sua origine, Syriza nasce dall’Eurocomunismo e ha legami ben noti con la classe dirigente. Ma dalla maggior parte delle persone che appartengono alla sinistra, tuttavia, immerse nel bel mezzo di una crisi, con la povertà e un governo molto autoritario, Syriza è stata recepita in modo diverso.

In quel momento la possibilità di alleviare le politiche di austerità e l’autoritarismo sembravano una speranza. Tuttavia, nel momento in cui Syriza rompe apertamente le proprie promesse e capitola davanti alla UE, inizia a perdere gradualmente il sostegno della gente comune di sinistra. Questo è ciò che è in gran parte accaduto nelle ultime elezioni, in cui Syriza si è presentata non come una forza anti-austerità, ma come un male minore contro PASOK e ND.

D. Per quanto riguarda il programma economico di Syriza, vediamo che ha cambiato le sue posizioni nei confronti dell’euro e del debito. Perché?

Mavroudeas: Per comprenderlo dobbiamo vedere cos’è Syriza. Non è il tipico partito della sinistra. E’ una galassia di piccoli gruppi con i loro leader e i loro legami con le imprese, che rappresentano interessi privati. Per questo motivo non è mai stata in grado di avere un programma economico coerente.

Ha cominciato nel 2012 dichiarando che «possiamo ritenere opportuno sbarazzarci dell’euro», cercando di sedurre la sinistra. Più tardi, mentre si avvicinava al potere, sapeva che questa era una linea rossa per la borghesia greca, così ha abbandonato l’idea di rompere con l’euro e ha sostenuto di voler fermare le politiche di austerità all’interno dell’UE e della zona euro. Quando ha raggiunto il potere ha giocato la carta della negoziazione di forza con l’UE. Alla fine ha ceduto mettendo in chiaro che l’unica via era implementare i programmi di austerità, la stessa cosa che sostenevano i governi precedenti. Così Syriza si è rilanciata come mite responsabile delle politiche di austerità della troika.

D. Quindi, Syriza ha collegamenti molto espliciti con il capitale?

Mavroudeas: Chiaramente. Adesso è evidente. Un anno fa non era così. La borghesia greca è divisa in varie fazioni; tuttavia, c’è una grande divisione all’interno del grande capitale. Da un lato, ci sono i cosiddetti «nuovi gruppi emergenti» che sono cresciuti alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 sotto l’amministrazione PASOK di Simitis e dopo Nuova Democrazia. Dall’altra parte ci sono i più anziani beneficiari delle amministrazioni PASOK di Andreas Papandreou. Questi ultimi sono diventati i perdenti con l’ascesa dei nuovi. Queste vecchie frazioni del capitale hanno dato sostegno a Syriza, all’inizio di nascosto. Una volta che Syriza è stata eletta, anche l’altra fazione ha iniziato a giocare una partita scontro-e-negoziazione con Syriza.

D. Syriza è l’esempio che il capitalismo oggi può avere un solo vincitore?

Mavroudeas: Sì, rappresenta il fallimento dell’idea che sia possibile democratizzare l’Unione Europea. L’Unione Europea non è altro che l’unione del capitale dei paesi europei dominanti. I paesi del centro impongono i propri interessi e prerogative agli altri, capitali e popoli più deboli, naturalmente.

D. In un recente articolo su «The Guardian», Costas Lapavitsas, un ex membro di Syriza che adesso ha un ruolo nel programma economico del LAE (Laiki Enotita) [Unione Popolare, in italiano, ndT], sembra essere abbastanza indulgente con Syriza. Egli dice che il grande problema era che non si sapeva come uscire dall’euro.

Mavroudeas: Questo è il grosso problema anche con Costas. Egli fin dall’inizio non avrebbe dovuto essere così ingenuo da promuovere e sostenere Syriza come ha fatto.

D. Lo sapeva?

Mavroudeas: Certo che lo sapeva. Se non ne era a conoscenza avrebbe dovuto restare in disparte. Se fossi al suo posto, se avessi aiutato la truffa politica che è Syriza a raggiungere il potere, allora il minimo che potrei fare sarebbe quello di chiedere scusa e fare autocritica, cosa che non ho visto fare da Costas.

D. A proposito di lui, nel tuo lavoro sei stato molto critico nei confronti delle proposte keynesiane e post-keynesiane per risolvere i problemi della UE e dell’UEM.

Mavroudeas: C’è stato un dibattito forte, e continua ancora oggi, all’interno dello spettro degli economisti della sinistra greca. In primo luogo, ci sono quelli (me compreso) che, da un punto di vista marxista, sostengono che l’UE non può essere corretta e quindi la sinistra dovrebbe proporre che la Grecia esca dall’Unione europea. In secondo luogo, ci sono quelli che dicono che dobbiamo rimanere nell’UE, ma lasciare l’eurozona (come Costas). Infine ci sono quelli che sostengono di rimanere nell’UE, ma cambiando le sue politiche di austerità. Le ultime due correnti erano unite in Syriza ed hanno entrambi fallito; anche quelli che hanno proposto l’uscita dall’unione monetaria attraverso un divorzio consensuale. E’ impossibile ottenere un accordo decente di divorzio da Schauble! Ciò può avvenire solo ai suoi barbari termini. Credo che il ruolo della sinistra oggi sia piuttosto chiaro: la sinistra dovrebbe lottare per un disimpegno totale dall’UE.

D. C’era un particolare modo di intendere la crisi tra le due tendenze che partecipavano a Syriza e quelli che non partecipavano?

Mavroudeas: Le due correnti che hanno partecipato a Syriza hanno inteso la crisi semplicemente come una crisi del debito. Ciò è stato causato da un deficit fiscale impraticabile o da un deficit commerciale altrettanto impraticabile. Entrambi i deficit hanno portato ad un disavanzo delle partite correnti. Le loro analisi hanno seguito una prospettiva keynesiana, post-keynesiana o marxista-keynesiana. D’altra parte, la corrente che ha proposto di lasciare l’UE segue la prospettiva marxista. Essa sostiene che il debito è una conseguenza e non una causa e che la crisi ha cause più profonde che si trovano nella sfera produttiva. Queste cause sono poi riflesse nei conti pubblici. Cioè, i problemi dell’economia reale determinano le finanze pubbliche e il debito estero. Per contro, le altre due correnti sostengono che non ci sono problemi nella struttura produttiva greca; quindi non giungono a toccare il Mercato Comune Europeo.

D. Gli ultimi di quelli che sostengono che capito il funzionamento del capitalismo c’è un modo particolare di intuire come riorganizzare la produzione per renderlo democratico. Non vedo una preoccupazione eccessiva da parte di Lapavitsas quando si pensa al potenziale di trasformazione di una uscita dell’euro.

Mavroudeas: Costas effettivamente ha abbandonato il marxismo ed è andato verso il post-keynesismo. Ha proposto il suo piano per salvare l’economia greca costruito intorno all’uscita dall’UEM. Questo piano non dice nulla di importante o concreto sulla ristrutturazione della sfera produttiva dell’economia. Inoltre, egli suggerisce molte cose, parla anche di socialismo. Ma non mostra mai come il suo piano porti ad una transizione socialista. In realtà, quando parla di socialismo (e raramente lo fa), lo vede come qualcosa nel futuro, a lungo termine, senza alcun collegamento coerente col suo piano. Ma, come diceva John Maynard Keynes, «nel lungo periodo saremo tutti morti» …

D. E ora è la volta di Yanis Varoufakis ..merita l’etichetta che si è dato da solo, di marxista imprevedibile?

Mavroudeas: penso che Varoufakis sia troppo imprevedibile per essere marxista.

D. Qual è la sua posizione in Grecia?

Mavroudeas: Viene dal PASOK di Giorgos Papandreou. E’ stato consulente del governo che ha portato la Troika in Grecia. Naturalmente ha lasciato la posizione in quel periodo ed è andato con Syriza. Varoufakis è keynesiano, ma in modo non chiaro. Non ha una teoria, nemmeno un’analisi coerente. Predica un ‘agnosticismo radicale’ che significa in realtà che non abbiamo bisogno di una teoria; solo di un’analisi congiunturale. Questo lo porta a dire molte cose che si contraddicono a vicenda molto facilmente. In Grecia ora è una cosa del passato.

D. Ma ha promosso ‘Piano B’ in Europa.

Mavroudeas: egli può viaggiare in continuazione all’estero, ma in Grecia ha perso ogni credibilità.

D. Cosa pensa di questa proposta?

Mavroudeas: C’è un tentativo da parte di Jean-Luc Mélenchon [co-fondatore di Partie Gauche (sinistra)], Stefano Fassina [futuro leader di Sinistra Italiana (sinistra)], e Oskar Lafontaine [fondatore di Die Linke (sinistra)] di creare un movimento a livello europeo che raccoglie gli euroscettici di sinistra, mi permetta di dirlo a questo modo. Sono scettici circa l’integrazione europea, ma ritengono che possa essere democratizzata. Non capiscono che l’UE è una struttura reazionaria che non può essere riformata ma solo distrutta; e questo è il compito della sinistra.

D. Infine, quali sono le prospettive a breve termine e quali sono le opzioni per la sinistra?

Mavroudeas: Per ora Syriza si sta sgretolando rapidamente; sta perdendo il sostegno popolare. Allo stesso tempo, è stato costruito un blocco neoliberista coerente attorno a Nuova Democrazia. Questo blocco preme Syriza, ormai arresa, perchè si sposti ancora più a destra (per salvarsi la pelle soddisfacendo la borghesia e l’UE). Ciò significa che lo spettro politico ufficiale si sta muovendo rapidamente verso destra. Allo stesso tempo, la società si sta rapidamente polarizzando tra ricchi e poveri. Questo porta ad una enorme discrepanza tra la rappresentanza politica e la struttura sociale. Ciò lascia spazio alla sinistra, alla vera sinistra. La sinistra deve osare coraggiosamente per offrire ai lavoratori una realistica proposta politica pro-popolare: lasciare del tutto l’UE e andare verso la ristrutturazione dell’economia greca come pre-condizione per la transizione socialista.

 

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